Il pranzo della domenica

 

(Questo post si legge ascoltando “tears in heaven” di Eric Clapton)

È domenica.
Non è una domenica qualunque perché capita anche che sia il 12 ottobre, che è il Columbus Day.
Che è un giorno come un altro, ma è anche un giorno diverso dagli altri.

E capita che sia una bella giornata di sole calda.

E che alle quattro del pomeriggio io non abbia ancora pronunciato una sola parola,
Capita. Spesso. È una cosa comune nella mia vita ultimamente.
Non che mi pesi così tanto, perché so stare da sola per fortuna. L’ho imparato negli anni passati e ora lo metto in pratica.
Mi è capitato anche di sentirmi dire “beata te!” O “pensa che bello non parlare con nessuno! Pensa che sogno non dover vedere nessuno!”
E sono quelle stesse persone che magari hanno figli, famiglia, amici e che si lamentano perché un amico non chiama da più di tre giorni o non ne vedono un altro da dieci giorni.
È bello avere tempo per se’, ma la solitudine è un’altra cosa.
E soprattutto ci sono cose che vanno oltre la solitudine.

Una volta la domenica era anche il pranzo in famiglia. Quel l’impegno ogni due o te settimane, quei pranzi con tutta la famiglia o con una parte, che più eravamo e più gli occhi dei più anziani si lucidavano per l’emozione.
C’era chi arrivava sempre in ritardo, chi doveva andar via prima, chi faceva gli esperimenti in cucina sapendo di dover sopportare l’ironia dei più sfiduciati.
C’erano antipasti, primi, secondi, contorni e il dolce.
E arrivava quasi tutto insieme, in quella fretta affettuosa di nutrire i propri cari, di riempirli di attenzioni e di affetto.
Che cucinare per qualcuno, dargli da mangiare altro non è che un atto d’amore.
E il pranzo così era velocissimo, con portate che arrivavano da tutte le parti come schegge di granata. Roba che ci voleva un po’ perché il cervello elaborasse che cosa era stato servito.
C’era chi non aveva mai fame e chi ne aveva ma non lo si lasciava mangiare.
C’era chi era a dieta e chi “non ne aveva bisogno”
C’era la telefonata a metà pranzo di chi non c’era e i saluti a tutti.
C’era poi chi faceva sempre il caffè e ogni volta chiedeva se normale o “finto” e quanto zucchero, meravigliandosi poi di chi lo prendeva amaro.
C’erano sempre le stesse cose, sempre diverse, sempre le stesse. E faceva freddo, faceva caldo, pioveva.
A volte c’era anche un gatto.

Adesso sono finiti i pranzi della domenica in famiglia.

Una volta la domenica era la corsa di dieci chilometri, o almeno provarci.
Adesso non c’è più nemmeno quello. Almeno per il momento.

Ci sono tante altre cose da fare la domenica.
Ci sono gli amici da vedere, i posti da visitare, le piccole incombenze che restano indietro durante la settimana.
C’è anche il non far niente, che dal lunedì al sabato vorremmo tanto una mezz’ora così.

Ci sono e ci sarebbero tante cose. Ma alla fine non ce n’è più nessuna.
Perché io sono all’antica, per me la domenica è ancora il giorno per la famiglia.

Quindi è il giorno nel quale, alla fine, resto con me stessa.