excuse me Mr.

if you don’t like my fire /then don’t come around

😉

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excuse me Mr./ lend me your ear/ or are you not only blind/but do you not hear

non sono solita “recensire” le cose che faccio e di sicuro non ho la competenza e la conoscenza per farlo di un concerto.

ma questo era un concerto speciale, un evento speciale. e anche un momento speciale. (Yesterday seems like a life ago /Cause the one I love /Today I hardly know)

sono stata ieri sera al concerto “solo” di ben harper, all’auditorium.

a ben harper sono affezionata per tantissimi motivi. ho sempre pensato che parlasse con me. o di me (I could have treated you better/but you couldn’t have treated me worse).

o molto più semplicemente le sue parole e la sua musica sono così vicine al mio modo di sentire (I’m more afraid of living/ than I am scared to die) che spesso mi sembra di pensare e di parlare io attraverso la sua musica. (Did you find what you were after?/The pain and the laughter brought you to your knees/But if the sun sets you free, sets you free/You’ll be free indeed, Indeed)

la sua musica è di quella musica che è sempre in qualsiasi mio lettore. magari per la dimentico per un po’, poi capita quel viaggio in treno, quella mattina prima di andare al lavoro, quando nessuna musica sembra adatta per accompagnarmi. scorro le playlist, gli album, i generi e gli autori. quei giorni nei quali nemmeno la musica casuale ha senso e riesce a dare le sue solite risposte (what started as a whisper/slowly turned into a scream/searching for an answer/where the question is unseen)

e lui a un certo punto compare, con la sua aria rassicurante, buona. il suo sorriso che sembra dire “dai, ci sono io. ce la possiamo fare”. (In the hour of richness/ In the hour of need / For all of creation / Comes from the gospel seed /And you may leave tomorrow /And you may leave today / But you’ve got to have, got to have the gospel / When you start out on your way)

e succede che la sua voce comincia a salire dalle cuffie, la sua musica entra nelle orecchie e le sue parole nel cuore, nella testa. (You say that I misheard you/But I think you misspoke/I hear you laugh so loudly/while I patiently wait for joke)

e per giorni non c’è altro, nessuna voce, nessuna musica, nessun’altra parola. (time it opens all wounds/trust gonna put me in the tomb)

capita.

per questo sono stata in prima fila quando ho saputo che ci sarebbe stata una data del suo tour a roma e non ho avuto pace fino a che non ho avuto un biglietto in mano. (The stones from my enemies/these wounds will mend/but I cannot survive/the roses from my friends).

come faccio sempre prima di un concerto, ho cercato la scaletta (orientativa) e mi sono fatta una playlist, alla quale ho aggiunto anche qualche canzone che mi piace, qualcuna delle mie arrovellabudella (moltissime sue canzoni sono in quella playlist) e sono giorni (dovrei dire settimane se non mesi) che non ascolto altro.

poi di solito succede che la mattina dopo il concerto inizio ad ascoltare altro. magari la playlist del concerto successivo.

e invece stamattina non sono riuscita a cambiare musica. è tornato lui. e non riesce ad andare via, ma mi va bene così. (forever always seems
to be around when things begin /but forever never seems /to be around when things end)

sono state tre ore di Musica eccezionali.

un palco a 360 gradi e il pubblico tutto intorno.

lui (che si gira a cantare sui quattro lati, come se avesse quattro platee diverse): sei chitarre, un ukulele, un mandolino, due pianoforti e la sua voce. la sua voce che canta, profonda quando parla. si sente che gli piace essere su quel palco, si sente che ama il suo pubblico (non c’era un posto libero..), si sente che siamo tutti felici di essere lì. insieme. anche a sua mamma, che lo raggiunge sul palco – timida, discreta – per alcune canzoni.

insomma tre ore che scorrono via senza nemmeno rendersene conto, in viaggio sulle sue note, fra le sue parole e le sue storie. ci si ritrova a pensare a tutto e a non pensare più a niente.

non lo so come farò a cambiare musica, ad affrontare i prossimi concerti della stagione. non so se riusciranno a essere all’altezza di questa serata.

magari non lo farò e arriverò ai prossimi appuntamenti con le sue parole ancora nella testa. dopotutto lui fa parte della vita e della musica, entrambe cose delle quali ho bisogno di riappropriarmi (would rather take a punch / than not give you a shot/ i’d rather find out who you are/than who you’re not/shoulda known better / than to mistake business for love/shoulda known better/than to mistake a fist for a glove)

non so quale sia la canzone più adatta per questo post, ce ne sarebbero tantissime, ma forse scelgo “don’t give up on me now“. (*)

perchè ieri ha raccontato che questo pezzo ha avuto un successo particolare proprio qui in italia, perchè è uno dei miei arrovellabudella, perchè  mi sembra che parli di me, anche se io alla fine ho lasciato perdere (time it opens all wounds/trust gonna put me in the tomb/the world isn’t mine/the world isn’t mine to save/I can’t afford to lose/what you easily throw away)

perchè arriva il momento in cui si deve ammettere che “the world isn’t mine to save“e nemmeno le persone che -nonostante tu abbia dato e fatto  tutto, come l’usignolo del racconto di oscar wilde (I could have treated you better/but you couldn’t have treated me worse) – non vogliono essere salvate. quindi “devil, no deal“.

 

 

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Now all that left of us
Is a picture sitting in a frame

(*)

time it opens all wounds
trust gonna put me in the tomb
the world isn’t mine
the world isn’t mine to save
I can’t afford to lose
what you easily throw away

it’s not what we do
it’s what we do with what we feel
takes all you have to stare him down
and whisper devil no deal
I don’t want to fight
don’t want to fight my father’s war
you can wait your whole life
not knowing what you’re waiting for

I don’t even know myself
what it would take to know myself
I need to change i don’t know how
don’t give up on me now