il banale eccezionale

ci sono giorni nei quali mi sembra che non ci sia niente che meriti la mia attenzione.

altri nei quali pare di vivere in un film, nei quali succedono mille cose diverse che vorresti raccontare a tutti.
o ci sono giorni nei quali anche la banalità sembra interessante.

chi lo sa, magari sono solo i nostri occhi, la nostra mente, il nostro cuore, chiamateli come volete. la nostra disposizone d’animo che ci fa vedere le stesse cose banali in modo diverso.

ci pensavo ieri sera, alla fine di un’altra di quelle mie solite giornate che qualcuno definì “banali”, senza avvenimenti particolari. sveglia colazione vestirsi motorino lavoro pranzo lavoro casa cena dormire.

eppure in quella giornata avevo postato sette fotografie su instagram. c’erano stati sette momenti banali della mia gioranta banale che avevo voluto condividere. sette immagini che pensavo di dover mostrare e in ognuna di quelle una piccola storia.

così, mentre mi godevo una delle gioie banali, fare la spesa per la cena, essendo uscita presto dall’ufficio (le sette) e camminavo verso il sueprmercato, mi sono trovata a pensare che oggi fingiamo di comunicare molto ma in realtà lo facciamo poco.

oggi “parliamo” prevalentemente per immagini, ma stiamo perdendo la capacità di comunicare. affidiamo ciò che abbiamo da dire 8se lo abbiamo…) a una foto, ma non ci sprechiamo poi troppe parole.

in fondo in un’immagine ciascuno può leggere ciò che vuole, no? e allora perchè devo mettermi lì a farci tanta filosofia sopra? guardate e fate quello che volete.

ma l’immagine non è tutto, così come spesso le parole non sono abbastanza. perchè di una foto è importante anche quello che sta all’esterno di quel quadratino di pixel e le parole non hanno colori, atmosfere, luci e ombre.

e mi sono resa conto che in questi anni ho lasciato che una parte di me morisse, la parte che ha voglia di raccontare e di mostrare, la parte che ha voglia di comunicare davvero.

non so perchè l’ho fatto, non so perchè mi sono nascosta dietro a una colonna. o magari lo so. e semplicemente l’ho fatto e basta.

ma quella parte di me era importante e senza quella mi stavo lasciando morire.

perchè allora non dovrei raccontare la mia banalità, la mia vita piatta da impiegata?

perchè non dovrei raccontare che cosa c’è dietro ai vestiti che scelgo la mattina, o a una mela in gabbia? perchè non dovrei voler raccontare delle nuvole a batuffolo sul panorama del mio nuovo ufficio, sulla novità che però mi riporta indietro di dieci anni?

e chi mi traduce le istruzioni del mio tè giapponese, ma sopratutto mi aiuta a capire come fare a rimcoprarlo quando lo avrò finito?

e anche se non interessa a nessuno, c’è la mia spesa di stilton e cozze per un ‘impepata alla quale non voglio rinunciare solo perchè sono da sola e di contro la spesa di una scatoletta di tonno, tre cipolle e nove lattine di birra economica del personaggiod avanti a me, che suona tanto tristezza e solitudine.

perchè non dovrei scrivere e fotografare il mio banale?