Cile – capitolo 1 – arrivo a Santiago

Cheviche, pollito al pilpil, sauvignon e totoro

Cheviche, pollito al pilpil, sauvignon e totoro

Ed eccomi a Santiago, quasi non ci credevo!
Arrivata nel giorno che nel mio emisfero è il più corto dell’anno e che qui è il più lungo.
Sono sbarcata presto e trovato l’albergo. La stanza non sarebbe stata pronta prima di un’ora, così nelle mie intenzioni sono uscita per un caffè/colazione per poi prendere possesso della stanza e dormire.
Invece il caffè di un’ora si è trasformato in una passeggiata di tre ore a piedi fino al centro, la Plaza de armas (un classico del centro-sud America) anche se domani voglio dedicarla alla visita più “turistica”. Oggi volevo solo prendere possesso del posto, dell’aria e dell’atmosfera della città e secondo me non c’è modo migliore dei piedi per farlo.

e ore di “paseo” che mi hanno ovviamente regalato – complici le ballerine che indossavo (la prossima che mi dice che sono comode….) – piedi distrutti e voglio proprio ridere nei giorni a venire…

Impressioni su Santiago. È una bella città, per alcuni aspetti ricorda un po’ Buenos Aires, ma forse è solo la suggestione del trovarsi in sud America, è forse la sua struttura molto europea (mi hanno raccontato che i figli della prima buona “borghesia” cilena andavano a studiare architettura a Parigi).
Mi riservo di capirla meglio nei prossimi giorni.
La prima impressione è buona, è una città pulita, piacevole, ma priva di quel fascino straziante e antico che si respira invece a Buenos Aires.

Insomma, se mi passate il paragone, Santiago è una piacevole donna sui 35, senza fascino particolare se non quello dell’essere carina e della gioventù. Buenos Aires è una donna di oltre 60 anni, ancora bellissima con una vita e una storia da raccontare, che quando entra in una stanza attira su di se’ tutta l’attenzione.

Ha l’aria di una città di provincia, complice anche il fatto che, a parte nella zona centralissima di Plaza de armas, è domenica e tutti i negozi e locali sono chiusi e trovare un posto per mangiare che non fosse KFC o mac Donald è stata un’impresa.

 

Non contenta delle mie tre ore di camminata, tornata in albergo con i piedini delicati ridotti non vi dico come e con una splendida abbronzatura da muratore (ripeto, alla nascita mi sono scambiata la pelle con un’africana), suggestionata dalla mattinata sportiva nel parque forestal al mio arrivo (c’era una qualche corsa amatoriale), ho “fatto casa” nella mia stanza, mi sono infilata scarpe e calzoncini e sono uscita per un corsa di 7km.
Non voglio fare la splendida, perché confesso che – tra vesciche ai piedi e la stanchezza delle 30 ore senza sonno – ho sofferto moltissimo. Anche perché qui sono 30 gradi e a casa ho corso l’ultima volta con 3 gradi…
Pagherò il mio voler fare wonder woman, ma oggi ho ancora l’adrenalina della mancanza di sonno, dell’impresa, e soprattutto mi sento sull’orlo costante di una crisi di panico, avendo realizzato che nei prossimi sedici giorni sarò sola e probabilmente non parlerò la mia lingua e che io una cosa così non l’ho mai fatta e nemmeno mi sarebbe piaciuta (era quell’altro a dire sempre che avrebbe voluto fare un viaggio da solo).
Magari per iniziare a stare soli con se stessi era meglio camaldoli, che se davo di matto potevo prendere la macchina e tornare a casa.
Invece sono quasi alla fine del mondo.
E sono da sola
E gli attacchi di panico NON me li posso permettere (ho spaventato un amico qualche giorno fa, anche se lo avevo avvertito di quello che mi stava succedendo).

Così ho cambiato il programma per la cena che prevedeva inizialmente la serata “club sandwich” in albergo, un classico di ogni viaggio, perché il servizio in camera non sembra previsto qui e cenare a barrette di cereali, il mio confort food per eccellenza (se ho acqua e barrette di cereali posso andare ovunque), non mi andava.
Così ho studiato la zona del mio albergo, Providencia, e selezionato un paio di locali che volevo provare e sono uscita (nota fashion: la mia tenuta da sera in questo viaggio prevede jeans, converse e camicia a quadri….blu, roba da “ma come ti vesti” speciale caso disperati)
E uscendo ho fatto un paio di scoperte.

Prima scoperta: il quartiere, principalmente di residenziale e zona di uffici (ricorda un po’ quello in cui stavo a bruxelles) è veramente carino e pieno di locali deliziosi che avrei potuto provare.
Già, esatto, “avrei potuto”, perché – seconda scoperta – la domenica qui è tutto chiuso, ristoranti compresi, anche quelli che vendono empanadas.
Nel mio giro ovviamente ne ho scovati moltissimi dove vorrei andare, ma non mi basterà il tempo (per un istante, confesso, avevo anche pensato la seguente cosa: vado in uno e prendo un antipasto, in un altro una portata principale e in un terzo il dolce, ma credo sia stato l’effetto del jet lag).
Ho ignorato una specie di salone per matrimoni che era aperto (barrette tutta la vita) e sono finita in un posto che sembrava proprio fare al caso mio, il bar surreal, a guardare una partita di calcio prima, per poi ritrovarmi nella musica disco e finire in una serata salsera.
Il tutto mentre mangiavo un delizioso cheviche di salmone (lo sapevate? Il Cile è il secondo produttore al mondo di salmone, dopo la Norvegia), un pollito al pilpil bevendo un sauvignon cileno.
E per il primo giorno me la sono cavata.

Cile prologo

Cile prologo bis – arrivo a Santiago

 Cile capitolo 1 – Santiago

 Cile capitolo 2 – viaggio sentimental-culinario nella capitale

Cile capitolo 3 – natale a puerto natales

Cile capitolo 4 – le torri del Paine

Cile capitolo 5 – nel fiordo tra i ghiacciai 

Cile capitolo 6 – punta arenas

Cile capitolo 7 – San pedro de atacama

Cile capitolo 8 – il respiro dalla terra

Cile capitolo 9 – la valle della luna

Cile  interludio ozioso

Cile – capitolo 10 – valparaiso e vina el mar 

Cile capitolo 11 – adios chile!

 Cile epilogo – fuga A new york

 Cile conclusioni – che cosa ho imparato da questo viaggio