Lettera ai miei (magari!) 25 lettori

questo è un blog frivolo, si parla di vestiti, borse, scarpe.

qualche volta di libri o di viaggi, ma è un blog dalla natura frivola.

una volta era più vario, lo ammetto, ma adesso il tempo è sempre meno e per i discorsi impegnati c’è poco tempo.

e anche pochi lettori

😉

 

eppure oggi mi sento di abbandonare per un momento le frivolezze e parlare di altro. che poi io ho una mia idea di quel che è indispensabile e quello che è superfluo e ho una mia idea dell’indispensabilità (esiste?) del superfluo. ho una mia idea della bellezza, del dettaglio, perché davvero penso che nei dettagli sia Dio, ma questo non è il tempo, non è il luogo.

 

sappiamo tutti in che mondo ci siamo svegliati stamattina, ma sembra che siamo davvero caduti dal pero tutti quanti, facciamo colpevolmente finta di stupirci, di indignarci, di scandalizzarci.

“come è possibile?” “è una vergogna”

ma davvero non lo sapevamo che la situazione di questo paese è questa?

davvero ci stupiamo?

 

siamo tutti colpevoli di quello che è accaduto.

colpevoli di azioni e omissioni, di tolleranza verso atteggiamenti che in un mondo normale non dovrebbero essere tollerati, colpevoli di aver sempre dato la colpa agli altri, al “sistema”, colpevoli di aver sempre lasciato che qualcuno decidesse al nostro posto.

colpevoli di aver visto il re nudo solo quando qualcuno ce lo diceva e di aver puntato il dito accusatore dove qualcun altro ci diceva di puntarlo.

 

siamo tutti colpevoli perché abbiamo sorriso compiacenti “fossero questi i problemi” di fronte all’ennesima prova di furbizia, alzando un sopracciglio perché da qualche parte c’era scritto che quella cosa non andava, ma compiacendoci un po’ perché anche la furbizia per noi è genialità, è creatività.

 

siamo colpevoli, perché abbiamo relegato il working class hero all’ultimo posto della catena alimentare, lo abbiamo guardato con sufficienza e aria superiore, perché era così occupato ad arrivare alla fine del mese che aveva inaridito la sua vena creativa, artistica, parolaia, perché era troppo stanco e non aveva tempo per i salotti buoni della cultura.

e non gli abbiamo lasciato niente, lo abbiamo lasciato davanti alla televisione accesa e a programmi di massa di cattiva qualità, di fronte a tavole imbandite di dozzinalità, mentre noi altri (tutti) ci chiudevamo nei nostri cenacoli a compiacerci della nostra superiorità.

come il fariseo del vangelo (Luca 18,9-14), grato a Dio per la propria fortuna (*)

 

e adesso non ci lamentiamo, non facciamo finta di aver scoperto stamattina in che mondo abbiamo sguazzato finora, di non esserci accontentati – tutti – della nostra aurea mediocritas.

scriviamo sui social network che abbiamo voglia di andare via da questo paese e magari andiamo via davvero, lasciamolo a qualcuno che se ne prenda cura.

facile no?

è come se a casa nostra non mettessimo mai posto nulla, non lavassimo nulla e poi una bella mattina qualcuno venisse, alzasse le tapparelle e ci mostrasse la sporcizia, le macchie di umidità, il frigorifero pieno di cibo marcito e noi – scandalizzati – ce ne andassimo da quella casa disgustosa dando la colpa alla donna delle pulizie.

 

e non parliamo di voti di protesta, perché da studiosa appassionata di diritto costituzionale (lo credereste? abbiamo tutti i nostri scheletri nell’armadio! il mio è una laurea in legge, in diritto costituzionale con una tesi sulle sentenze additive della corte costituzionale….) è un concetto che mi fa venire la pelle d’oca.

ma lo sappiamo che cosa facciamo quando andiamo a votare?

sono contenta di avere pochi lettori (probabilmente nessuno per questo post e sicuramente nessuno fino quaggiù), perché se stessi fronte a una platea vasta tutti mi risponderebbero di si e mi spiegherebbero perché il loro voto è quello giusto e quello degli altri è sbagliato.

tutti saprebbero dirmi perché è giusto aver votato qualcosa di vecchio e sicuro o qualcosa di nuovo o incerto, mi parlerebbero con argomentazioni convenientissime della necessità di distruggere e di quella di ricostruire.

tutti mi direbbero perché oggi hanno vinto.

 

ma oggi – signore e signori, che siete molti meno dei venticinque lettori manzoniani – abbiamo perso tutti.

 

ma, badate bene, il mio post non è un post di scoramento, non sto scuotendo la testa sconsolata, sognando di fuggire all’estero dove tutto è bello, tutto funziona, tutto va bene perché…lo organizzano e lo decidono altri.

quello che sto scrivendo vuole essere un monito per prima cosa a me stessa. voglio scriverlo e lo sto scrivendo, per imprimerlo nella mia testa. per ricordarmi di come mi sento delusa oggi, per prima cosa da me stessa.

perché se – come tutti – penso di essere diversa e migliore degli altri (astenersi false modestie, please,)devo comportarmi di conseguenza nella mia vita di tutti i giorni, nel mio lavoro, nel mio rapporto con gli altri, con il mio prossimo più vicino.

da ora in poi DEVO essere diversa.

 

e adesso torniamo a parlare di borse, di scarpe e di vestiti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(*)riporto qui la parabola per chi avesse voglia di leggerla ” Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato“)

 

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