Vietnam – 7 capitolo – Saigon Jan03

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Vietnam – 7 capitolo – Saigon

Ci alziamo alle 4 di mattina e lasciamo hoi an che si sta svegliando lentamente. Così, nella penombra e nel silenzio rotto solo dal canto del gallo e dalle campane in lontananza, è ancora più bella.

Mi sono decisamente innamorata di questo posto.

In 45 minuti raggiungiamo l’aeroporto di danang e prendiamo un aereo per Saigon.

Appena arrivati capiamo subito che questo è ancor un altro Vietnam. Innanzitutto fa un caldo umido e appiccicoso. Dopo due settimane di pioggia e freddo dà quasi fastidio.

Ritroviamo il traffico di Hanoi: un mare di motorini tutto fare che si infilano dappertutto, ma meno clacson rispetto alla capitale.

Anche l’architettura è diversa. La città ha un’aria vagamente francese e coloniale, grandi strade, parchi.

Non ci sono i palazzi alti e colorati di Hanoi e qua e là fa capolino qualche grattacielo.

Prima tappa Cu Chi, per vedere i cunicoli e le trappole dei guerriglieri.

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La zona è stata trasformata in attrazione turistica. Il governo, finita la guerra, ha voluto lasciare le cose come stavano, mostrare al mondo come si era svolta la guerra qui. Con gli spari del vicino poligono (dove si può sparare con le armi da guerra….) la passeggiata nella giungla è decisamente suggestiva e si riesce a immaginare bene come si svolgesse qui la guerriglia e quante difficoltà abbia trovato l’esercito americano a muoversi in un territorio ostile e così diverso.

Il paesaggio intorno a Saigon è ancora diverso da quello del nord e del centro. Risaie anche qui, naturalmente, ma più avanti rispetto al centro. E poi boschi di alberi della gomma. Tutte piante recenti perché qui è dove gli americani hanno fatto la guerra chimica, dove hanno distrutto brutalmente con le armi chimiche cose, persone e piante.
Visitiamo anche un centro dove lavorano i disabili di seconda generazione, quelli i cui genitori hanno respirato le sostanze tossiche.
Ci dirigiamo poi verso il centro città, al museo della guerra. Una serie di testimonianze di quella che è stata la guerra in Vietnam. Certo, la visione è sicuramente parziale, è quella dei vietnamiti. Tuttavia non si può non rimanere colpiti davanti a scene di una guerra che ha colpito moltissimo una popolazione innocente.
Da europei occidentali e benpensanti, siamo abituati a chiosare la guerra del Vietnam (che per la mia generazione è comunque qualcosa di lontano e ormai molto teorico, visto solo nei film) come la guerra voluta dal governo americano e non dal popolo americano.
Questo è certamente vero, perché il Vietnam non era certo una minaccia nè costituiva in alcun modo un pericolo immediato o aveva portato un attacco diretto agli stati uniti. E infatti la sezione iniziale del museo è proprio dedicata allo sdegno e alla condanna mondiale dell’intevento americano in Vietnam, da parte, come era prevedibile, dei paesi dell’allora blocco sovietico, ma anche da parte di cittadini americani, che arrivarono a compiere gesti di protesta sinanche plateali, una volta conosciuta, grazie alle flotte di giornalisti e fotografi che si precipitarono a raccontare che cosa stava davvero succedendo.
Una volta era più facile non sapere.
Ma se è vero che non è stata la guerra del popolo americano ancor meno è stata la guerra del popolo vietnamita, che invece ha finito per essere la vittima innocente di questa guerra. Donne, bambini, anziani hanno pagato il prezzo più alto e nella maniera peggiore. Villaggi rastrellati e incendiati, persone torturate o uccise a sangue freddo, intere aree avvelenate con armi chimiche le cui conseguenze hanno sopportato anche le generazioni a venire. Bambini nati deformi da genitori che erano stati vittime di napalm o agent orange o chissà che alto.
La guerra fa sempre schifo, da qualunque parte la si guardi.
Dalla parte degli innocenti fa più schifo.
Non ho fotografie del museo, dei carri armati, degli elicotteri. Credo che avere visto quelle immagini sia più che sufficiente.
Comunque, la prima parte della visita di ordinanza è fatta e andiamo al nostro albergo, che si trova nel centro di Saigon (la chiamerò Saigon e non Ho Chi Min city, perché, come ci ha detto la nostra guida – non ho capito il nome, la chiamavamo Rosy perché somigliava a Rosy Bindi – “sono nata a Saigon, ho vissuto a Saigon e morirò a Saigon”. Quello era il suo nome che ha anche un suono più bello).
Una passeggiata a piedi nei dintorni mi svela una città molto bella, diversa da quello che mi aspettavo (non mi piacciono le città, ricordate?). Niente palazzoni alti, ma case basse, il solito traffico, si, ma grandi viali alberati, negozi anche molto eleganti. Per alcuni aspetti mi fa pensare addirittura a Parigi.
Certo, due isolati dietro al nostro albergo negozi di chanel e vuitton che così grandi li ho visti davvero solo a Parigi e tokyo, Versace, Gucci con le vetrine enormi e poi, sul terrazzo di fronte un tizio tiene un gallo che ci intrattiene tutta la notte con il suo chicchirichì.
È parte del fascino di questa città.
La mattina dopo partiamo presto per vedere il delta del Mekong. Ci fermiamo prima in un villaggio la cui economia è prevalentemente basata sul cibo. Qui si produce la famosa salsa di pesce vietnamita, si fanno gallette di riso soffiato, tofu, salsa di soia e il tutto viene trasportato lungo il fiume. La mattina presto c’è il mercato galleggiante.
Inutile dire che abbiamo assaggiato tutto…la salsa di pesce non in fabbrica naturalmente (anzi, l’odore così forte quasi stomaca).
Dopo una breve navigazione e una piccola passeggiata sulle rive, giusto il tempo di osservare che le donne lavorano e gli uomini stanno seduti al “bar” a scommettere sui galli, un’altra sosta per assaggiare un po’ di frutta tropicale: guava, mele d’acqua, jack fruit e un altro frutto del quale non ho capito il nome simile al lichis. Tutti buonissimi.
Pranzo a base di pesce elefante e salsa di pesce (la nausea è bella e che passata) e poi si torna a Saigon.
Stasera si parte, torniamo in europa, a casa.
Il viaggio è finito ed è stato ancora più bello di quello che immaginavo.
Ci sarà tempo per le riflessioni e le considerazioni a freddo, ho ancora tantissime cose da raccontare e immagini da farvi vedere (credo di aver scattato qualcosa come 1000 fotografie), ho ancora delle piccole istantanee da raccontarvi.
C’è tempo, ci sarà tempo.
Cercherò di trovarlo tra i mille impegni che mi aspettano a casa, nella mia vita “normale”.
Sarà un modo per tornare ancora un po’ in questo fantastico paese.

tạm biệt (google mi dice che “arrivederci si scrive così)