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Giappone 1 – Tokio – prime impressioni

quando si viaggia si parte con un bagaglio (oltre che di vestiti  e….scarpe) di aspettative.

si riempie la valigia di pantaloni, magliette, scarpe e biancheria, dentifricio, shampoo e bragnoschiuma, medicinali e libri, ma anche speranze, idee, racconti di amici, letture, immagini mutuate dai film e dai documentari, spiegazioni lette sulle guide, fotografie viste su qualche periodico. una piccola valigia di sogni che si porta con se accanto a quella con il necessario materiale.

insomma, sappiamo sempre che cosa troveremo là dove andiamo e spesso proviamo già prima di partire…le emozioni che proveremo. si, perchè ogni meta ha un significato, non è che il punto di arrivo di una preparazione e quindi sappiamo bene che cosa vogliamo provare, finendo (purtroppo) per provarlo comunque o convincerci che è così.

se invece riusciamo a mantenere la mente aperta, via via, durante il viaggio, consumiamo il dentifricio, il bagnoschiuma e lo shampoo, sporchiamo i vestiti e riempiamo la valigia di oggetti comprati, e ci ritroviamo a rifare quel bagaglio immaginario sostituendo le aspettative con le impressioni vere, le sensazioni provate, le esperienze, gli odori veri, i sapori, i colori, le parole della gente, quelle dette e quelle solo percepite. e ci troviamo poi a confrontarle con quelle che avevamo prima di partire.

e così anche per il giappone che, ve lo anticipo, mi è piaciuto tantissimo.

e, anche se ci sono stata davvero poco tempo, mi è piaciuto molto, ma molto di più di quello che avrei immaginato.

ma già…come me lo immaginavo?

come me la aspettavo tokio, la città nella quale siamo arrivati dopo tante peripezie?

forse un po’ diversa da quella ceh ho trovato, una specie di manhattan all’ennesima potenza, una citta’ del futuro nella quale non mi avrebbe stupito vedere automobili volanti o altre diavolerie. mi aspettavo le atmosfere luminose e moderne, mi asepttavo una sensazione di estraneamento spirituale in mezzo a un gran rumore, alla confusione, mi immaginavo luci che ubriacavano, scenari incomprensibili, gente in corsa, gente indaffarata, strana, diversa, distante.

mi immaginavo un altro pianeta a dirla tutta, che ne so, marte, giove….e alla fine era un altro pianeta, ma "altro" persino da quello che mi ero figurata io.

il pianeta, ops, la città ha un’architettura diversa dalle nostre, modermissima (dopotutto fu distrutta completamente durante la seconda guerra mondiale) e per molti aspetti, come pensavo, mi ha ricordato effettivamente manhattan, con grattacieli e luci intermittenti, ma, a differenza di quanto mi era accaduto a new york, non ho quella sensazione di incombenza soffocante, non mi sento sopraffatta dal cemento, dal tutto-enorme, tutto big size,che mi aveva così spaventata là, dove tutto era troppo grande, i grattacieli, le vetrine, le strade, le macchine, le decorazioni di natale, i bicchieri del caffè, il rumore del traffico, le urla della gente, le sirene della polizia e delle ambulanze.
mi sembrava di essere un lillipuziano o alice dopo aver mangiato il fungo che la rimpicciolisce e stavo tutto il tempo con il naso in sù un po’ timorosa…

tokio invece, che immaginavo proprio uguale se non peggio, non mi e’ sembrata cosi’ incombente. 
i palazzi sono alti, ma non altissimi (e’ zona sismica dopotutto), le vie del centro illuminate a giorno, le pubblicità scorrono luminose, le insegne coprono tutta le facciate delle vie del centro, ma c’e’ un’eleganza e una cura tutta giapponese nei particolari che distoglie l’attenzione dall’immensamente grande e la porta invece sul piccolo, sul dettaglio, sul particolare. non si riesce, almeno a me è capitato così, a perdersi per così dire nella grnadezza, ci si perde invece nel particolare. di una vetrina enorme si coglie il decoro, di un largo incrocio si osserva il bar all’angolo, dalla folla emerge la grazia di una ragazza elegante, le guanche arrossate di un bambino o la pettinatura curiosa di un ragazzo con l’uniforme della scuola.

insomma, invece di ritrovarmi naso all’aria a guardare quei palazzi che si arrampicano luminosi verso il cielo, mi ritrovo a notare mille piccoli particolari. e c’è un’impercettibile armonia in tutto, mi viene da pensare quando ci rifletto a mente fredda, anche nelle cose più grandi. come se lo scopo non fosse colpire per la grandezza delle strutture, ma se quelle strutture così grandi fossero semplicemente funzionali. dietro rimane un gusto e un’eleganza che prescindono dalle dimensioni.

certo, e’ tutto un movimento di luci e di persone che camminano, tenendo rigorosamente il senso di marcia anche a piedi, e’ tutta una musichetta, dai negozi, dai semafori quando diventano verdi. ma tutto va, scorre armonico. la città è in perenne movimento e dà certamente il meglio di se la sera dopo il tramonto, quando si illumina completamente.

a tratti sembra di essere stati catapultati in un cartone animato e si butta un occhio al cielo, per controllare se per caso un meganoide non sta arrivando. e ovviamente i giapponesi sembrano usciti da un manga. le donne sono elegantissime e curatissime. si usano i cappottini bianchi credo a tokio quest’anno, perchè sono la maggioranza. cappottini eleganti, con la cintura non annodata in vita, ma legata dietro con un fiocco, come l’obi di una yucata. tutte hanno scpere con il tacco eleganti, a volte anche di una misura più grande (chissà, magari non c’era la loro, ma il modello piaceva…cosa non si fa per la moda…), che portano un po’ ciabattando, come se fossero sandali. senza calze o con calze velatissime nonostante le temperature rigide e il vento gelido, le giapponesi hanno quasi sempre due borse. una, miu miu, prada oppure l’internazionalmente apprezzato a tutte le età louis vuitton, e poi un’altra, magari non così costosa, magari morbida di stoffa. ma si portano in giro due borse, piene, con un’incredibile leggerezza. si muovono come nei cartoni animati, quando sgranano gli occhi ci si aspettano le stelline dietro alla loro testa.

e non solo le donne sono così attente alla moda, perchè mi capita di vedere moltissimi uomini, pettinati come actarus o alan banjo, vestiti che sembrano usciti dalle foto dell’ultima sfilata dell’ultimo numero di vogue, persino eccessivi nel loro essere fashion…con la borsa! si si, con una borsa (magari non colorata, senza fornzoli e e gingilli), ma una vera e propira borsa grande, che io porterei tranquillamente come borsa da donna.

la città è di una pulizia incredibile, soprattutto per noi, europei del sud.

non c’è una cartaccia per terra, non c’è una cicca di sigaretta (non si può fumare per strada), è tutto ordinato e pulito, persino i bagni dell’aeroporto o della stazione. si respira un’aria di rispetto per ciò che è pubblico, di rispetto per gli altri, per gli spazi altrui, un rispetto impensabile per noi e che spinge anche chi è raffreddato a indossare la mascherina su bocca e naso non, come verrebbe da pensare a noi, per non prendere microbi e bacilli, ma per non trasmetterli ad altri…

non si fuma nemmeno per la strada, come indicano i cartelli sui marciapiedi, si può soltanto nelle sale del pachinko, fra il rumore assordante delle macchinette mangiasoldi e dei video games. le sale del pachinko sono un’altra realtà inimmaginabile, così lontatna dall’idea zen che si ha del giappone, dell’armonia, della cura. sono confusione, rumore, musica ad alto volume, abbrutimento della mente e spreco di denaro. è come una specie di finestra aperta su un’altra dimensione.

chissà, forse anche questo fa parte dell’armonia dei contrari….

(segue)

Giappone – prologo polemico