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madagascar – intermezzo

noto che spesso nei miei racconti di viaggio mi ritrovo a un punto in cui ho bisogno di uno spazio di intermezzo, di una zona franca dagli avvenimenti, dalla cronaca dei fatti, dal racconto degli episodi.
 
mi accorgo che ho facilità di trovare un prologo, ho facilità (troppa…) a scrivere e descrivere, mentre non riesco mai trarre delle conclusioni.
i miei sono sempre racconti aperti, che non hanno una fine, una morale.
 
ma hanno sempre almeno un intermezzo.
 
quello in madagascar è stato un viaggio temporalmente breve, dicevo all’inizio di queste cronache, ma ugualmente denso di fatti, di cose viste, di cose da meditare.
 
la prima cosa che salta agli occhi, soprattutto a tanà, usciti fuori dai muri protettivi degli alberghi e dei posti per turisti, è la povertà e con essa l’insicurezza che immediatamente proviamo, la diffidenza verso chi ha meno di noi, quella che ci fa stare sul chi vive, quella che ci fa uscire con pochi valori addosso, guardandoci intorno, pronti a difenderci da nemici visibili e invisibili, probabili e improbabili.
 
è così facile cadere nel banale quando ci si trova di fronte alla povertà vera, a quella che non ha da mangiare, non alla nostra, fatta di sacrifici magari, ma di comodità scontate che per alcuni sono un lusso.
è facile farsi trasportare da emozioni a buon mercato, da rivendere al ritorno al nostro uditorio, è facile raccontare la commozione di fronte allo sguardo del bambino, la tenerezza del suo sorriso e al tempo stesso compiacersi della propria presunta generosità, del proprio essere stato bravo, dell’aver lasciato qualcosa, affrettandosi però ad aggiungere di aver ricevuto qualcosa di più
e poi tutti questi buoni sentimenti vengono lavati via con le prime lavatrici al ritorno del viaggio, con la prima mail in ufficio, con la prima riunione o il primo automobilista che ci taglia la strada.
 

credo che molti di noi, facendo del bene, si sentano migliori, più meritevoli, che ci sia molto autocompiacimento in quello che facciamo. che ci piaccia "sentirci buoni" e sentirci dire che siamo buoni e caritatevoli.
il che ci dà poi l’alibi per fare nella nostra vita un po’ quel che vogliamo, come se far del bene con fosse un modus vivendi, ma una specie di salvacondotto da esibire alla bisogna. magari si fa beneficienza ai poveri africani lontani, e poi se un amico, un collega, un vicino ha bisogno, preferiamo andare a prendere l’aperitivo con gente divertente che stare ad ascoltare i suoi guai.
 
parlando con i sacerdoti della scuola era difficile nascondere la nostra ammirazione per il loro lavoro, che non è solo un lavoro di solidarietà, ma è un vero e proprio lavoro di amore.
si capiva dal loro approccio, così diverso dal nostro, che per prima cosa pensiamo al materiale, al soldo, al quello che posso dare/fare. noi, che ci poniamo immediamente da una parta diversa, più alta.
gli zii d’america, i benefattori.
il loro è invece è diverso, paritario.
e mentre noi parliamo del loro lavoro come fantastico, eccezionale, loro ci guardano un po’ stupiti…perchè non sentono di fare niente di sovrumano, ma si ha la sensazione che pensino "è il nostro lavoro, un lavoro come un altro. non esiste un’altra maniera di farlo".
 
mentre frederic ci guardava con occhi enormi e spaventati, cercando conforto in don luciano e don adriano che conosceva, mentre noi lo aggredivamo di foto e di regali che forse era stato più utile a noi portare che a lui ricevere, non potevo non pensare a come alla fine ci sia nel nostro porci sempre un briciolo di presunzione di troppo, ci sia sempre un senso di superiorità che stona.
cose che poi copriamo con veli colorati di ho ricevuto più di quanto ho dato, di non hai idea del suo volto che si illuminava, dovresti vedere il loro sorriso.
come se noi fossimo dispensatori di gioia, come se infondessimo felicità con la nostra sola presenza, sia pure da lontano, anzi, meglio se dal più lontano possibile.
 
ma che cosa resta dopo il momento, l’attimo nel quale diamo una caramella, un regalo?
a loro dico, non a noi che ce ne andiamo felici della nostra buona azione di giovani marmotte, del nostro ricordo di felicità dispensata a piene mani e ben poco caro prezzo?
 
don luciano ci raccontava come lì tanta beneficienza gli arrivi…dai poveri…perchè sono loro che sanno che cosa significa aver bisogno e che cosa significa avere qualcuno su cui contare.
e anche i responsabili italiani della onlus ci hanno detto che moltissimi bambini sono adottati a distanza da anziani pensionati, che magari chiamano "scusate, posso pagare il mese prossimo? ho dovuto riparare il frigo" e non vogliono sentir ragioni, vogliono contribuire con tutta la loro quota, senza sconti.
perchè forse sanno che cosa significa essere soli e al tempo stesso sanno bene quanto conti l’aiuto di qualcuno, perchè forse sapere che qualcuno prega per loro, anche lontano, è un aiuto e un conforto enorme.
 
certo, è sempre meglio far del bene e vantarsene che non farne affatto adducendo scuse di ogni tipo che vanno dal "fossi sicuro di dove vanno" (informati…ci sono mille modi e mille associazioni…possibile che non ci si fidi nemmeno di una?) al "servisse a cambiare le cose!" (niente cambia niente, ma diminuire le difficoltà di qualcuno è sempre meglio che non farlo), passando per tutta una gamma di ragioni, che sarebbe meglio sostituire con un bel "non mi va e della mia roba faccio quel che voglio" che sarebbe più onesto.
ma ogni volta mi torna in mente l’evangelico "quando fai il bene, non sappia la tua mano destra ciò che fa la sinistra".
 
ma ogni volta ho sempre l’angosciante sensazione di non fare abbastanza, pur sapendo che se anche dedicassi la mia intera vita non sarebbe comunque l’abbastanza che cerco.
ogni volta che mi ritrovo faccia a faccia con quella che avrei potuto essere io, in una capanna senza finestre nè aria climatizzata, con quattro o cinque figli scalzi ai quali non so che dare da mangiare, e con ben altri problemi che non il traffico sul raccordo, ogni volta in cui mi trovo – dicevo – di fronte a un altro dei mondi possibili mi prende un grande senso di sconforto e frustrazione.
 
perchè so che tutto quello che vedo, che mi colpisce, che mi fa pensare, riflettere, che mi rattrista o mi rallegra, finirà per scorre via nella quotidianità, nei ricordi, nei problemi di lavoro, nelle telefonate da fare, nelle persone da vedere, negli impegni presi.
nella mia vita, insomma, che scorre, che continua a scorrere, come un fiume, portando con se’ i ricordi e rendendoli sfumati, impalpabili, vaghi e lontani.
 
e non basteranno tutte le fotografie che ho scattato a ridar loro la realtà e la consistenza di quell’altro mondo, per me solo possibile, per altri davvero reale.
 
[segue]