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madagascar – prologo

 
irreparabile fugit tempus…
non sempre
 
il mio orologio si è curiosamente fermato alle 19.55 di domenica scorsa, quasi all’inizio del viaggio che mi avrebbe riportata in italia.
 
aspettavo l’imbarco ed era sempre presto…"neanche le otto"… poi mi sono resa conto che l’orologio si era fermato.
come se il tempo volese fermarsi lì, ad antananarivo, detta tanà, perchè anche i locali si sono resi conto che il nome della loro capitale è impronunciabile…
come se qualcosa volesse rimanere fermo, nonostante il viaggio veloce che mi aspettava, nonostante gli aerei che mi avrebbero riportata lontano, in europa, a roma, a casa.
 
il mio tempo dunque è rimasto in madagascar, fermo alle 19.55, quando già è notte.
è rimasto fra le strade polverose di tanà, scarsamente illuminate e densamente popolate, fra le baracche basse di lamiera, è rimasto nei canti della messa affollata della domenica sera, detta da un sacerdote italiano, che parla in malgascio, con il suo accento del nord italia.
si è fermato davanti agli occhi dei bambini che non potevano fare a meno di scrutare questi strani personaggi bianchicci che li guardavano, nascondendosi dietro alle loro enormi macchine fotografiche, allo specchio nero dell’obiettivo.
o è rimasto al lavatoio, dove le donne fanno il bucato a mano, ridendo quando ti fermi a fotografarle.
o si è perso in qualcuna di quelle casette di lamiera, una piccola stanza soltanto, seguendo uno dei bambini che giocano scalzi sugli argini umidi e melmosi.
 
il mio tempo si è fermato a nosy be, forse trattenuto da un’acquazzone, ultima coda della stagione delle piogge che sta per finire.
forse si è attardato a osservare un lemure su un albero o si è incantato davanti a una foglia enorme di una pianta enorme.
o sta ancora pagaiando sulle acque melmose dell’oceano, verso un mondo incredibile.
o sta camminando su una battigia resa incredibilmente lunga dalla bassa marea del mattino, con un occhio alla spiaggia, che le acque calde dell’oceano indiano stanno lentamente riconquistando.
 
insomma, il mio tempo si è fermato là, mentre io lentamente riconquistavo la terra delle mie origini, la mia europa, la mi aitalia, mentre i fiori di ylang ylang che mi ero messa fra i capelli lentamente appassivano, l’irritazione alle mani – provocata da chissà quale spezia o pianta – spariva, mentre io ricominciavo a sentire odore di casa.
 
il tempo scorreva, ma si era fermato, e il mio orologio continua a segnare le 19.55.
 
sono tornata, ho fatto già due lavatrici di vestiti impolverati, sono tornata in ufficio, ho smesso la divisa della viaggiatrice per indossare di nuovo quella dell’impiegata, i miei capelli sono raccolti e, domati dal casco della moto, hanno perso buona parte del loro crespo. 
ho riposti i ricordi per gustarmeli con calma, ho scaricato le fotografie sul computer per metterle in salvo.
 
si dice che nei posti che abbiamo amato si lascia sempre un pezzetto del proprio cuore…
 
questa volta io credo di averci lasciato il mio tempo.