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madagascar parte I – parrocchie e parrocchiani

 
è difficile inziare a raccontare questo viaggio.
in teoria è, rispetto agli altri, più breve e, in apaprenza, meno intenso.
in fondo a raccontarlo è: due giorni nella capitale e il resto del tempo al mare.
 
in pratica già la sera del primo giorno mi sembrava di essere stata lì da mesi e di aver visto tante di quelle cose che per un giorno solo erano troppe.
 
la meta non era stata scelta a caso, non da una lista generica di posti da vedere e dal suo combinarsi con la disponibilità dei voli.
il madagascar era fra i progetti perchè laggiù abbiamo adottato a distanza frèderic, un bambino di 12 anni, che studia presso una scuola gestita da sacerdoti di don orione.
era tempo che avevamo pensato all’adozione a distanza, poi in viaggio di nozze abbiamo conosciuto A. e P., aggregati dal caso nello stesso giro del chapas, ci eravamo trovati bene con loro, tanto da proseguire insieme nel viaggio fino a che ci è stato possibile e da mantenere i contatti.
meno stretti di quello che ci piacerebbe, perchè loro abitano a milano, ma comunque costanti dopo quasi sette anni…
erano stati proprio A. e P. a parlarci del loro bambino adottato a distanza. cercavamo un’organizzazione sicura, la certezza che il denaro inviato finisse davvero a chi ne aveva bisogno e loro ci dissero di questi sacerdoti di don orione, che gestivano questa scuola in madagascar e che conoscevano personalmente.
e così abbiamo adottato a distanza frederic, con l’idea un giorno di andare a conoscerlo.
 
il primo giorno a tanà siamo quindi andati a visitare il centro missionario di Anatihazo, periferia di antananarivo. una zona povera, nella quale di notte i taxi vanno mal volentieri.
è sabato e non c’è scuola, quindi l’incontro con frederic è rimandato al giorno successivo, dopo la messa.
ma don luciano e don adriano ci fanno comunque visitare il centro.
il centro è…una chiesa? una scuola? un oratorio? un centro di formazione professionale? una mensa per i poveri? un dispensario medico? un centro di aiuto e ascolto?
un po’ tutte queste cose e altre.
 
ma è in buona sostanza un posto aperto a tutti, soprattutto ai bambini, che qui sembrano essere l’unica cosa veramente in abbondanza.
ce ne sono tantissimi, saltano fuori da ogni parte. piccoli, minuti, la maggior parte senza scarpe o con scarpe troppo grandi, con i vestiti polverosi o laceri.
 
ci vuole pochissimo prima che la loro attenzione sia attirata da noi, decisamente diversi e in buona sostanza buffi.
così bianchi, con quelle macchine fotografiche appese al collo…intenti a fotografare tutto, ogni più strano e apparentemente insignificante particolare, come una caricatura del giapponesi di qualche anno fa.
e ci vuole ancor meno prima che si affollino a gruppi ridendo davanti all’obiettivo.
non per farsi fotografare, come credevo all’inizio, ma per…specchiarsi nella grande lente scura ridendo e facendosi largo uno sull’altro per vedersi riflessi, nero su nero, sulla superficie riflettente della macchina.
naturalmente, appena scoprono lo schermo che ne ha catturato l’immagine, ci ritroviamo letteralmente sommersi dai bambini che, chiedono "photo! photo!"
si mettono in posa, poi corrono a guardarsi e scoppiano a ridere ritrovando la loro immagine catturata là dentro.
e allora ritornano, ne vogliono un’altra, magari trascinandosi un amico o un fratellino più piccolo, indicando anche lui come soggetto da fotografare.
 
mi viene in mente che fino a poco tempo fa, quando l’immagine restava intrappolata nella pellicola, a solo uso e consumo del fotografo, ci fosse più diffidenza verso l’apparecchio.
ora invece che ci si può rivedere subito è una gara a infilarcisi dentro…
tutti vogliono farsi fotografare. un istante di protagonismo, un momento di ribalta, una piccola attenzione tutta per loro, tanto che molti nemmeno vengono a rivedersi nello schermo.
come in tutto il mondo, le bambine sono più timide e meno sfrontate dei loro coetanei, che invece si affollano davanti a noi. loro no, mi passano accanto sorridendo, mormorano un sommesso bonjour abbassando gli occhi e camminano oltre stringendosi le une alle altre.
ma sono contente quando chiedi loro se puoi fare una fotografia. spesso sono eleganti e leziose, vestite bene. sorridono piegando la testa, solo le più grandi si mettono davvero in posa davanti all’obiettivo.
 
con don luciano (da soli non è molto consigliabile, non foss’altro per il fatto che non passiamo decisamente inosservati) visitiamo il territorio della parrocchia.
camminiamo lungo gli argini fangosi di quello che non saprei definire meglio che un acquitrino paludoso, circondato di piccole casette…o meglio baracche in legno e lamiera della dimensione di una piccola stanza, che fa meraviglia come riescano a sopravvivere alla stagione delle piogge appena passata, quando l’acqua conquista facilmente il territorio circostante..
all’ingresso del quartiere le donne lavano i panni in un lavatoio pubblico. mi avvicino per fare delle fotografie e loro ridono divertite dal mio interesse. si indicano una con l’altra, mi indicano di guardare ora questa ora quella compagna.
stenderanno poi i vestiti sull’argine, al rovescio perchè non si sporchino di nuovo. distese di abiti che si asciugano al sole, che quando si decide a uscire dalle nuvole è caldissimo
 
ci addentriamo lungo le strade (?) del quartiere, lastricate alla bene e meglio con pietre larghe e sottili per non affondare (troppo) nel fango. qua e là qualcuno vende qualche pomodoro, un po’ di aglio, qualche altro ortaggio o un po’ di carne. c’è persino una specie di ristorante all’ingresso del quartiere.
don luciano li saluta in malgascio (che parla bene, con lo stesso accento del nord italia che ha quando parla italiano), loro salutano lui. conosce personlmente molti di loro e tutti sanno chi è lui e che cosa fa. con qualcuno si ferma a parlare, entra in qualche casa.
siamo di nuovo circondati da bambini, alcuni che ci sorridono e ci salutano, altri, i più piccoli, ci guardano con sospetto o scoppiano a piangere vedendoci…
mi sento la versione al negativo dell’uomo nero che spaventa i nostri piccoli.
sono forse l’uomo bianco, indefinita entità che punisce i piccoli disobbedienti?
 
sono poveri qui, non c’è bisogno di dirlo. poveri ma sereni. o forse sono amichevoli con noi perchè comunque siamo con don luciano, che loro sanno che fa solo del bene.
non mi va di parlarmi addosso con inutili sproloqui decisamente banali e fuori posto circa la felicità che deriva dall’essere sereni, dall’essere in pace con se stessi.
non voglio dire romanticherie precotte sulla felicità del povero, pago di se stesso, e sull’infelicità del ricco, alla continua ricerca di qualcosa che c’è oltre, qualcosa che non raggiungerà mai.
sarebbero discorsi fuori luogo, perchè camminando là in mezzo mi sento paperon de’ paperoni, mi sento ricca, ricchissima, pur non essendolo poi a casa mia.
perchè io non scambierei la mia condizione con la loro, mentre credo che il contrario avverrebbe molto facilmente.
e al diavolo lo stress e il logorio della vita moderna e al diavolo le due ore di motorino nel traffico per andare al lavoro e tornare a casa.
io ho un motorino e ho un lavoro e ho una casa.
 
cammino in mezzo a quelle persone così diverse da me, sentendo di non far altro che indossare una vita, una vita che mi è stata data in prestito per un certo numero di anni che ancora non so quanto saranno.
una vita che devo trattare meglio che posso, perchè prima o poi dovrò ridarla indietro.
una vita che sto semplicemente adoperando e che ho senza averne nessun merito…
 
[segue]