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diario argentino parte VI – i ghiacci del calafate – il lago argentino

avete mai sentito di una città che si chiama come un frutto?
 
el calafate è una città (a dire il vero definirla città è decisamente troppo, è più un paesone) che prende il nome per l’appunto dal calafate, una specie di fruttino tipo ribes come forma, un po’ più acidulo.
 
racconta la leggenda che una sciamana della tribù dei tehuelches, troppo debole per proseguire il viaggio verso nord, fu lasciata indietro dai suoi.
le fecero una capanna, le lasciarono un po’ di cibo e se ne andarono in cerca di nuovi territori di caccia.
sola, aveva solo gli uccelli per farle compagnia, fino a che il freddo divenne troppo anche per loro e se ne andarono.
la rimase sola, senza cibo, abbandonata anche dai suoi amici uccelli.
in primavera gli uccelli tornarono e la trovarono viva e con forze sufficienti per rimproverarli
"perchè mi avete lasciata sola anche voi??" li rimbrottò
gli uccelli le spiegarono che sarebbero morti lì, che non avrebbero avuto nulla da mangiare.
"e allora farò in modo che abbiate da mangiare e non dobbiate più andarvene!" disse e si trasformò in un arbusto spinoso con piccoli frutti sugosi e nutrienti, il calafate.
e in quei frutti la vecchia sciamana aveva messo un qualche incantesino, perchè gli uccelli non vollero più andare via e quelli che se ne andarono furono costretti a tornare per mangiare ancora di quei frutti.
e lo stesso, si dice, capiti agli uomini.
da allora la sciamana non rimase più sola e la tradizione vuole che chiunque mangi il frutto del calafate debba tornare lì, un po’ come la moneta nella fontana di trevi.
il calafate è difficile da trovare, una volta raccolto va mangiato immediatamente e non si può conservare, quindi sono riuscita a mangiarlo solo sotto forma di marmellata (da "crudo" non l’ho nemmeno visto…), sperando che anche questa preparazione abbia gli stessi effetti….
 
appena scesa dall’aereo a el calafate è stato amore a prima vista.
il paesaggio è quello della patagonia del mio immaginario: lo sguardo che si perde su pianure sconfinate, cieli blu cobalto decorati da nuvole soffici, la terra arida e gialla senza vegetazione, le montagne modellate dal vento.
strade lunghe che arrivano da non si sa dove e che sembrano direte verso nessun posto, sulle quali passa ogni tanto una macchina.
nessun segno di vita umana, solo qualche estancia lontana.
 
la patagonia.
 
la città di el calafate si è sviluppata solo negli ultimi anni e per ragioni turistiche. lo stesso aeroporto è recentissimo.
tutta la vita si sviluppa lungo una strada, la avenida libertador, una strada che a farla sù e giù si impiega mezz’ora, popolata di negozi turistici, tour operator che organizzano gite sul lago argentino e al perito moreno, qualche ristorante.
architettonicamente non è nulla, ma è carina e pulita, con le sue casette basse e i giardinetti, un piccolo giardino botanico, le piante di lupini con i loro fiori colorati a grappolo (non sapevo che i lupini fossero delle piante così belle!)
 
tranne le gite al lago e al ghiacciaio non c’è proprio molto da fare qui, ma è ugualmente piacevole.
 
el calafate si affaccia su un lago dal nome decisamente fantasioso e immaginifico di lago argentino [sic!], un lago grandissimo che visto dall’alto ha la forma di un polipo, con un corpo più grande e tante diramazioni più piccole che gli conferiscono decisamente quella forma.
lungo le rive del lago si affaccia un gran numero di ghiacciai, tra i quali l’upsala, il più grande di tutta l’argentina, grande quattro volte la città di buenos aires (!).
ma la prima sorpresa iniziando la navigazione (ancora una volta in navigazione!!!! il prossimo viaggio lo faccio tutto a piedi! farò il cammino di santiago…) sono gli iceberg.
non avevo mai visto un iceberg dal vivo e a tutta prima quello che avevo visto mi era sembrato…un contenitore di plastica gigante!
per un curioso fenomeno di rifrazione della luce infatti gli iceberg del lago argentino hanno un colore celeste acceso,c he arriva in taluni casi a un blu scuro che sembra quasi innaturale, come se qualcuno avesse dipinto quelle montagne galleggianti con colori a tempera (non lo faccio mai, ma questa volta vi invito caldamente a dar un’occhiata alle fotografie dell’album…vi assicuro che non c’è trucco e non c’è inganno, le fotografie NON sono state ritoccate. il colore del ghiaccio è quello)
 
sul catamarano è tutto uno scattare fotografie, tutto un indicare in questa o quella direzione, mentre ci facciamo largo fra gli iceberg colorati.
arriviamo infine al ghiacciao upsala, una specie di parete enorme tutta guglie e spuntoni bianchi venati del solito blu.
ci fermiamo lì davanti per un bel po’ a scattare fotografie.
 
ma a un certo punto smetto e non perchè, come mi direbbe qualcuno, perchè tanto non sono capace…
è solo che sento di perdermi qualcosa a guardare quello spettacolo attraverso un obiettivo.
sento che devo spegnere la macchina fotografica e aprire gli occhi, perchè quello che ho davanti è uno spettacolo unico: è come un’enorme strada di ghiaccio che si è fatta strada per millenni, che si è fatta sempre più grande, che spinge e modella la montagna e scende giù giù verso le acque calme e piatte del lago.
è la forza della natura che, lenta e inesorabile, avanza.
dal ghiacciaio ogni tanto si staccano dei blocchi enormi di ghiaccio che cadono nell’acqua con gran fragore.
alcuni cadono davanti ai nostri occhi (tutti ne fissiamo due o tre giganti sperando che siano quelli a cadere…), altri cadono all’interno, producendo un rumore sordo, come di un tuono in lontananza.
il ghiacciaio è vivo.
è una massa di ghiaccio compatto, ma è vivo.
 
la navigazione è tranquilla, a differenza di quella sul canale di beagle, sotto un vento gelido che mi viene da definire polare e prosegue fino alla baia onelli, dove si scende per il pranzo e una breve passeggiata nel parco naturale omonimo che sembra un paesaggio preistorico.
a differenza della navigazione precedente, accompagnata da pinguini, cormorani, leoni marini e altri animali, qui sembriamo gli unici esserei vivente (oltre ai ghiacciai) da queste parti.
non si vede volare nessun uccello (troppo freddo anche per loro?), nessun animale sembra vivere nella vegetazione che copre le rive del lago.
 
non mi stupirei se però scorgessi la testa di un dinosauro…
 
[segue]