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diario argentino – parte V – il canale di beagle

ushuaia si affaccia sul canale di beagle, che taglia in due la patagonia e unisce l’oceano atlantico al pacifico.
un trattino celeste su un planisfero, un’inezia. provate a prendere una cartina e a guardarlo, magari non lo notate nemmeno….
 
il canale deve il suo nome all’imbarcazione di Fitz Roy, il Beagle appunto, che per primo attraversò il canale (scoprendo che di canale si trattava) e arrivò dall’atlantico al pacifico evitando il ben piu’ pericolo capo horn (che se solo è come il capo di buona speranza…).
la navigazione per i turisti dura circa sette ore su un catamarano detto pinguinera, perchè porta a vedere un isolotto sul quale vivono numerosissimo pinguini di magellano.
io soffro il mare, come i piu’ affezionati lettori di questo blog sapranno, ma affronto la traversata con una certa tranquillità. dopotutto il canale sembra calmo, protetto dalle montagne che lo circondano. dopotutto questo è il percorso facile, no?
 
e invece anche questo percorso è difficile, anche questo mare non è calmo.
al termine della prima ora di navigazione già vorrei non essere partita, già mi chiedo perchè mi sono sottoposta a questa prova per un paio di pinguini!
il mare si calma e il chiacchericcio degli altri passeggeri torna a farsi sentire. ridono, bevono, scherzano, mentre io guardo l’orizzonte, mentre passiamo il faro della fin del mundo e ci dirigiamo verso l’isola dei pinguini, che, per qualche misterioso motivo, si chiama isla de los lobos, l’isola dei lupi.
i pinguini (pinguini di magellano) sono abituati alle imbarcazioni e a tutti noi paparazzi che gli scattiamo centinaia di fotografie tutte un po’ uguali, mentre entrano ed escono dall’acqua, covano, lottano, si arrampicano verso l0interno dell’isolotto con la loro andatura ondeggiante e divertente.
 
ripartiamo per rientrare a casa, a ushuaia e il mare ci fa sentire la sua voce. il vento che le montagne non fermano, ma incanalano sulle acque fa solelvare il catamarano, che plana sulle onde. provo a guardare l’orizzonte, che è ancora meno fermo di me. questa volta non posso nemmeno buttarmi in acqua. devo solo aspettare, svuotare la testa da ogni pensiero, il naso da ogno odore, la bocca da ogni sapore e chiudere le orecchie. devo ignorare le evoluzioni dei cormorani  (praticamente dei pinguini con le ali) sopra la mia testa, mentre cercano di opporsi al vento o giocare con lui, sfruttandone le correnti. alla fine spariscono anche loro, troppo vento.
cessa anche il chiacchericcio, a poppa ci ritroviamo a essere sempre di piu’, pallidi e verdognoli come me…che alla fine cedo e devo uscire….all’aria sto immediatamente meglio, anche senza cappello, anche senza piumino (un ragazzo dell’equipaggio mi vede un po’….intirizzita e mi porta la sua giacca) e guardo la riva avvicinarsi.
 
sbarchiamo finalmente e vorrei baciare la terra. la navigazione non fa per me.
 
mi vendico del mare che mi ha fatta tanto soffrire con una cena pantagruelica a base di pesce. nonostante il mal di mare, la terribile sensazione di nausea, l’idea di una cena in un posto ignorante che si chiama casa de los mariscos mi rimette immediatamente al mondo.
non c’è mal di mare che una picada de mariscos (una specie di zuppa di pesce) e un bel piatto di calamari fritti, capesante, polipi, molluschi vari e l’immancabile centolla (un granchio gigante) non possano guarire….