Tags

Related Posts

Share This

diario argentino – parte IV – ushuaia, la citta’ della fine del mondo

ha senso parlare di fine del mondo, di finisterrae in un mondo tondo, nel quale ogni punto potrebbe essere principio e fine al tempo stesso? perchè abbiamo così tanto bisogno di confini, di fissare un inizio e stabilire una fine a tutto?

ed eccomi di nuovo seduta alla fine del mondo, ancora un po’ piu’ in basso, ancora un po’ piu’ in fondo.

sono piu’ vicina la polo sud, come mi dice questo vento che soffia senza tregua e che chissà da quali ghiaccci arriva, come mi dice il freddo pungente e la cima innevata delle montagne che mi circondano.

sono a ushuaia, la città alla fne del mondo.

dietro di me questa volta non c’è l’africa, la culla dell’uomo, con tutte le sue inutili guerre senza fine, le sue civiltà piccole e complesse, i suoi mali incurabili e le sue antichissime glorie. non c’è il mondo controverso dell’islam che le fa da confine, non c’è l’europa conquistatrice, che pure proprio in questo mondo venne a fare le sue piu’ grandi e feroci conquiste.

alle mie spalle ci sono i ghiacci della terra del fuoco, le distese della pampa, le foreste dell’amazzonia, le vestigia degli inca, i guerrieri conquistatori dell’america del sud, che proprio quaggiu’ furono fermati da nomadi organizzati in gruppi poco piu’ che familairi, vestiti di pelli e grasso di foca, che vivevano in maniera semplice e disorganizzatae  che dietro di se’ non lasciarono quasi nulla, se non fotografie sbiadite del secolos corso.

e poi le glorie messicane dei dei maya, degli aztechi, civiltà raffinate e sangunarie che erano qui solo 500 anni fa.

e ancora piu’ su’ gli stati uniti, che tentano di conquistare ancora il mondo in ogni direzione con il fragore delle mollezze.

c’è un mondo così diverso sulle mie spalle ora che siedo ancora una volta alla fine del mondo.

l’aria è fredda e pulita. ed è estate, la stagione piu’ calda dell’anno quaggiu’, con dieci gradi di massima e il sole nel cielo fino alle 23.30.

ushuaia nacque come colonia penale. fra i primi uomini liberi a stabilirsi qui ci furono i genovesi, da sempre gente di mare, di viaggio, di avventura. gente avvezza a terre aspre, al lavoro duro, gente che non ha paura delle difficoltà e che raccoglie le sfide senza sprezzanza, solo perchè così sa vivere, senza spirito romantico della sfida fine a  se stessa, ma semplicemente con quello spirito pratico che non è roba per molti. i genovesi arrivarono qui e ci si stabilirono, costruendo le prime casette di legno, marroni, semplici, basse e solide, che oggi appartengono all’esercito.

la città ha cominciato a svilupparsi con un’architettura semplice. le case sembrano quelle disegnate dai bambini, il tetto spivente, la porta, le due finestre ai latid ella porta. tutte colorate di colori diversi, allegre e malinconiche al tempo stesso.

non c’è molta gente in giro, salvo i turisti, e certo il tempo grigio, il freddo e la pioggia sottile non invogliano a uscire. ma l’atmosfera è affascinante, con l’aria pungente che ti assale ogni volta che esci da un locale riscaldato, il silenzio rotto solo dalle macchine che passano e dal latrare delle decine e decine di cani randagi, i veri padroni della città.

ogni luogo finisce per avere una sua musica, credo, per far venire in mente una canzone, un genere musicale, un insieme di suoni che completa le sensazioni olfattive, i sapori, i colori di un luogo. qui non riesco a trovare una musica, qui viene voglia di silenzio, di ascoltare il silenzio assordante di questa natura dura e selvaggia, di riempire i polmoni della sua aria fredda. tutto qui sembra in qualche modo fermo e al tempo stesso in continuo movimento, questo era un altro passaggio, un altro capo da doppiare, un’altra sfida da vincere. di qui passavano i navigatori, gli avventurieri. di qui è passata la storia, ma sembra non essersi fermata.

di qui passò darwin, che liquidò gli indios che vivevano qui come poco piu’ che animali, senza cultura e senza valore, nè interesse scientifico. ma se si fosse fermato anche lui, avrebbe visto che non era così, che possedevano una loro cultura, un’invidiabile ricchezza di linguaggio, persino forme di arte e gusto estetico.

gli indigeni di questa parte del mondo non furono sterminati, perchè appunto ritenuti poco interessanti e privi di ricchezza, ma morirono di shock culturale, per il cambio delle loro abitudini, per quesi vestiti dei quali avevano fatto a meno e che, bagnati, si ghiacciavano addosso, invece di ripararli dall’acqua gelida come il grasso di foca. morirono per i cibi diversi, che non erano adatti a loro, per malattie che non conoscevano e per le quali non avevano difese adatte.

ushuaia è un luogo magico per la sua posizione, per la sua storia silenziosa, per il suo essere proprio così semplice, così anonima dopo tutto. trasporta la stessa città da qualsiasi altra parte e perderà parte della sua magia. ma quaggiu’, con solo i ghiacci davanti, con un’estate gelida, con le persone che lavorano silenziosamente, ma sempre con un sorriso, diventa uno dei luoghi piu’ affascinanti del mondo. il luogo dove il mondo finisce e al tempo stesso ricomincia.

ed eccomi di nuovo seduta alla fine del mondo, ancora un po’ piu’ in basso, ancora un po’ piu’ in fondo.

[segue]