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diario argentino – parte I – buenos aires – l’aria della città

arrivare a buenos aires è come arrivare indietro nel tempo.

per prima cosa arriviamo nell’estate australe, la piu’ calda degli ultimi dieci anni, con 30 gradi all’una di notte e punte di 40 durante il giorno. la mattina il caldo è già quasi insopportabile, soprattutto per chi, come noi, arriva dai quasi 0 gradi di roma. arriviamo la mattina molto presto e, con ancora addosso gli abiti da viaggio perchè le nostre stanze non sono pronte, partiamo per la prima esplorazione superficiale della città, per prendere confidenza con questa capitale lontana. è il primo segno che siamo arrivati lontano.

abbiamo lasciato l’italia e le strade affollate per lo shopping natalizio. qui invece è domenica, la città è quasi deserta. per gli argentini è come da noi ferragosto, tempo di vacanze e, chi può, approfitta delle feste per scappare dall’afa e dal caldo soffocante per rinfrescarsi al sud (si, qui tutto è al contrario e a sud fa piu’ freddo) o nelle acque del mar del plata, sulle cui spiagge si fanno tutti i servizi di apertura di tutti i telegiornali.

con gli occhi che ancora si devono abituare a questa luce estiva, andiamo a san telmo, dove si tiene un mercatino settimanale dell’antiquariato e del bric-a-brac. un modo per iniziare a esplorare questa città dall’altra parte del mondo, per cominciare a respirare la sua aria calda e il suo vento leggero, per riempirsi gli occhi dei suoi colori e le narici dei suoi odori, per ascoltare i suoi suoni, il traffico e la musica di tango suonata per la strada, per assaggiare le prime empanadas per assaporare questo paese nuovo anche con il palato.

buenos aires ha un po’ il profumo delle città sud america, ma non troppo. quel tanto che basta per non dimenticarselo, in questa atmosfera che è così europea invece. mi ricorda un po’ parigi, con i suoi boulevard così ampi ed alberati (a un certo punto confondo una strada con una piazza!), un po’ barcellona, con le sue case eleganti che sembrano abitate dai fantasmi. sembra anche madrid, mi dicono quelli che l’hanno vista. insomma, basta distrarsi per dimenticare di aver abbandonato il vecchio continente. c’è il sudamerica nell’architettura coloniale delle chiese, ma anche i visi sono così familiari, visi di figli di figli di immigrati italiani, tantissimi, spagnoli, tanti, e anche inglese e tedeschi. occhi e pelle chiara, fisionomie familiari.

non mi sento "diversa" come mi capitava in messico o in peru’, dove era tutto un guardare ai miei capelli biondi e ai miei occhi chari con stupore, era tutto un ridere della mia cara de gringa, un darsi di gomito perchè ero decisamente piu’ alta della media. qui i volti sono uguali al mio, i vestiti sono come i miei. volti di indios ce ne sono pochissimi, meno di quelli che vedo normalmente a roma per intendersi.

buenos aires è una capitale dall’aria antica.

arrivare, dicevo all’inizio, è come fare un salto indietro nel tempo, agli anni ’40 o ’50 del secolo scorso. e non serve entrare in una milonga per questo. basta girare per le strade. mi sento in colpa per i miei jeans e i miei anfibi (piu’ che in colpa per gli anfibi sento caldo, ma non sono riuscita a  cambiarmi) e mi riprometto di vestirmi meglio, piu’ elegante, piu’ femminile. perchè in questa città elegante e antica non si può girare male in arnese. dai balconi della casa rosada sembra di vedere la silhouette elegante e sottile di evita, i capelli biondi e raccolti, ancora un mito in questa città, lungo le strade ci si aspetta di incontrare donne eleganti con scarpe alte chanel, stole di pelliccia e bracciali con i ciondoli e uomini impomatati, vestiti di gessato e con le ghette. basta entrare in un locale dall’aria antica, gli specchi alle pareti, le vetrate colorate, osservare i palazzi in stile liberty del centro per ritrovarsi immediatamente ai tempi delle nostre nonne.
in qualche modo il tempo sembra scorrere a un’altra velocità quaggiu’, forse anche per le suggestioni che l’argentina ha sempre avuto per noi europei e italiani soprattutto. era una terra ricca, dove c’era lavoro per tutti (il mio bisnonno e i miei prozii vennero in argentina negli anni ’40…uno di loro sparì qui e non se ne seppe piu’ nulla), dove c’erano materie prime, possibilità di fare soldi che nel nostro paese mancavano del tutto. l’argentina è stata per molti dei nostri antenati un sogno da realizzare, una speranza da perseguire.

per noi oggi che cos’è?

un paese lontano, di quell’america latina che crediamo così lontana da noi, a dispetto del nome. un paradiso dello shopping, complici la recente crisi economica e una moneta europea forte. un paese di eroi e miti d’altri tempi, come eva peròn, ernesto che guevara e…maradona (che qui è ancora un mito…), solo per citare i piu’ conosciuti.
sul versante opposto è anche un paese dal passato oscuro, un passato del quale nessuno parla volentieri, anzi per niente, come a volerlo rimuovere. salvo le madri di quei desaparecidos, una parola dal suono così sinistro, che ogni mercoledì, silenziose, si radunano davanti alla casa rosada per ricordare i loro figli scomparsi. o ancora è una terra che ispira il Viaggio per eccellenza, perchè nel nostro immaginario collettivo, innegabilmente, ci sono paesi che sono il viaggio, piu’ che esserne una meta.
forse è tutte queste cose, forse nessuna di esse. perchè in ogni viaggio ci sono aspettative e realtà e nessun diario di viaggio può essere scritto prima di partire, così come una fotografia non si può scattare senza il soggetto davanti. e quando l’avremo scattata, non è detto che sia come l’avevamo immaginata…

e allora andiamo, si parte.

[segue]

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