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metti una sera a cena

Metti una sera a cena.
metti di aver organizzato una serata con persone che conosci de visu, altre solo di penna, pardon, tastiera.
metti che i tuoi ospiti non siano romani, ma si trovino per caso a roma quella sera.
metti di aver esteso l’invito anche ad altre persone, che però prima hanno un altro impegno, ma che vi raggiungeranno, appena gli farete sapere dove siete.
metti che anche tuo marito abbia un impegno prima e che aspetti di sapere dove siete per raggiungervi.
metti che hai dato l’appuntamento in campo dei fiori alle otto, per poi decidere dove andare.
 
insomma, una di quelle serate normali e moderne, nelle quali si mette mano mille volte al cellulare
"sto arrivando"
"c’è traffico"
"sono già qui, vi aspetto in libreria"
"sto cercando parcheggio/apesttando tizio"
"sono ancora in ufficio vi raggiungo dopo, iniziate senza di me"
"sono qui, voi dove siete?"
 
in una serata come questa, alla quale non manca nemmeno un po’ di pioggia per renderla perfetta, esco dall’ufficio di corsa, perchè mi accorgo che si fa tardi.
sono ancora in tenuta di ordinanza, tailleur nero, scarpe altre, the bridge nera (che domattina devo andare dal cliente senza passare prima dall’ufficio e mi devo portare dei documenti, altrimenti l’avrei lasciata tranquillamente nell’armadio).
quando ero piu’ piccola, quando andavo all’università, trovavo "figo" questo uscire direttamente dal lavoro, ancora vestiti da ufficio, le donne formali in contesti informali, ma eleganti e ancora un po’ truccate anche se con l’aria stanca, gli uomini con l’abito, magari la cravatta un po’ allentata.
ora, che molto spesso capita anche a me, lo trovo meno bello, anzi anche triste.
si esce direttamente per una serata fra amici senza nemmeno avere il tempo di passare da casa per cambiarsi d’abito. si esce con addosso i vestiti e i pensieri della giornata, senza riuscire a toglierseli di dosso, nè gli uni nè gli altri.
 
proprio come sto facendo io, che spengo in fretta in computer, raccolgo le mie cose, faccio l’appello dei documenti che devo portarmi via per la riunione di domattina, metto la giacca, scelgo nell’ipod la musica che deve accompagnarmi per il breve viaggio, spengo la luce, saluto tutti e me ne vado di corsa.
inforco il mio fidato motorino tutta ben intabarrata nella giacca diluvio, panta diluvio, guanti e soprascarpe, e mi avventuro sotto la pioggia: destinazione centro di roma, facendo slalom fra le buche vecchie e quelle nuove che la pioggia ha creato, tenendo spalancati gli occhi della testa e quelli della mente, per vedere le azioni e le intenzioni degli atri automobilisti i quali, nervosi e arrabbiati, percorrono la mia stessa strada.
le gocce disegnano sulla visiera del casco paesaggi da macchiaoli, mentre le luci della strada e delle macchine tracciano linee astratte sul parabrezza.
 
mentre dunque guido per le strade insaponate, cercando di sporgermi fuori dal parabrezza e di noncadere al tempo stesso, ripercorro mentalmente i miei utlimi movimenti prima di uscire.
ho fatto tutto….tutto?
si, mi pare di si… pc spento, documenti presi, badge…però non riesco a ricordare il momento nel quale ho infilato il telefono in una borsa.
ma forse mi sbaglio…e non vedo l’ora di arrivare, non solo perchè non amo far aspettare gli altri, soprattutto quando sono la padrona di casa, ma anche per vedere se ho preso il telefono con me.
ecco, arrivo, trovo un parcheggio ( in questa cità quando piove non si trova parcheggio nemmeno per il motorino!) e, saltando sui tacchi per evitare buche, sampietrini sconnessi e pozzanghere, mi piazzo sotto al monumeto a giordano bruno.
apro le borse e comincio a cercare il telefono, che, ovviamente, da un’approfondita analisi, risulta assente.
 
bene…e adesso?
si, perchè è vero che ora arriveranno gli altri che il teelfono ce l’hanno, ma è anche vero che…i numeri che dovrei chiamare sono solo nel telefono rimasto in ufficio!
compreso quello di mio marito, che di telefoni ne ha due, uno privato e uno di lavoro.
io a memoria so solo il primo, mentre l’altro lo faccio sempre premendo il tasto con il suo nome. so che finisce con 230, ma è decisamente poco…
e so che lui stasera ha con se’ solo quello di lavoro, perchè dell’altro ha perso il caricabatteria….
 
sempre meglio…
trovo in fondo alla the bridge un vecchio telefono ormai senza ricarica, ma almeno posso trovare il numero del amrito nella rubrica, insieme a numeri di persone ormai perse di vista da anni (oddio….ma guarda di chi ho ancora il numero!!!)
basta aspettare che arrivino i miei amici e chiedere di usare il loro numero.
ma si fanno le otto e un quarto, e mezza, e tre quarti, le nove e non si vede nessuno.
è vero, il traffico, è vero, piove, è vero, il parcheggio, ma…
e se mi stessero chiamando (inutilmente) per dirmi che hanno bucato/gli hanno rubato la macchina/hanno la febbre a 40/si sono consultati e hanno deciso di aver meglio da fare che vedere me?
come possono comunicare con me che sono senza telefono?
che faccio?
torno in ufficio?
quaranta minuti per andare e quaranta per tornare…no, rischio di lasciarli qui sotto la pioggia un’altra ora e mezza….
aspetto? si, ma fino a quando?
 
ma per fortuna ho con me l’agenda! e nell’agenda ho il numero di casa di un’amica che stasera non poteva venire, ma che dovrebbe (spero) avere il cellulare di una delle persone che mi stanno (spero) raggiungendo.
mollo allora la mia posizione di attesa e vado dal tabacchino
"esistono ancora le tessere telefoniche?" chiedo, perchè saranno dieci anni che non ne uso piu’ una.
si, esistono, me ne danno anzi una con l’Arma dei carabinieri sopra, e pare funzionino come ai miei tempi…si taglia ancora l’angolino in alto.
ne prendo una da 3 euro e scopro che una cosa è cambiata ed è il costo delle chiamate che è decisamente aumentato (accidenti, con la scheda da 10.000 lire si chiamava il fidanzato in un’altra città per giorni e giorni!).
chiamo comunque la mia amica, le spiego la situazione e, con una triangolazione di "chiama che ti richiamo" scopro che gli amici stanno arrivando, in ritardo per una serie di motivi legati al traffico e a strade sbagliate, ma stanno arrivando…
e anzi, proprio mentre parlo al telefono, lis corgo che scrutano la piazza alla mia ricerca.
così riesco a chiamare il marito, ma non le altre persone, le cui chiamate e messaggi troverò il giorno dopo nel mio telefono (che l’amica ha provveduto a far recuperare in ufficio e mettere al sicuro).
 
insomma, tutto è bene quel che finisce (piu’ o meno) bene….
 
ma mi domando (e mi ridomando ogni volta che mi scordo il telefono a casa o in ufficio, da ultimo ieri sera, cosa che – chissà perchè – mi capita sempre piu’ spesso …come facevamo a darci appuntamento la sera prima dell’era dei cellulari?