Tags

Related Posts

Share This

Sudafrica – Capitolo X – il District Six

 
E’ quasi ora di tornare a casa.
anche città del capo, il nostro appartamento, ci sembra un po’ "casa"….un ritorno a tappe…
 
lasciamo così la riserva di mkuze, la natura silenziosa, la polvere delle strade non asfaltate, la doccia all’aperto sotto un cielo al contrario.
lasciamo gli incontri con animali insoliti, le gazzelle che brucano fuori dalla porta della nostra stanza, abbandoniamo la speranza di vedere i leopardi e mentre ci allontaniamo li immaginiamo nascosti nella vegetazione, o semi addormentati e sornioni sul ramo di un albero e torniamo verso la città.
nell’ultimo giorno ce la prendiamo comoda a città del capo, torniamo dove ci era piaciuto di piu’, magari per un’altra fotografia con una luce diversa, o per una fetta di torta o un muffin alla mela e cannella nel nostro bar preferito, o per una mangiata di pesce al sushi bar….
 
ci resta però ancora una tappa del sudafrica storico e politico: il district six museum.
 
il district six è un quartiere di città del capo, un bel quartiere, nulla di speciale, ma centrale e carino.
abitato un tempo da…beh, come dire, dai suoi abitanti, come ogni quartiere di ogni città.
abitanti di vario genere, come, per l’appunto, ogni quartiere di ogni città.
 
un bel (?) giorno i bianchi decisero che quel quartiere così centrale era proprio carino ed ebbero una bella pensata: ce lo prendiamo noi.
così decisero che tutti i non bianchi (di ogni sfumatura) avrebbero dovuto abbandonare le loro case e trasferirsi nelle township, lontani dagli occhi e – decisamente – lontanissimi dal cuore.
e così fu, in maniera sorprendentemente pacifica.
i coloured (i non bianchi insomma, così definiti per comprendere tutte le gamme di colore) lasciarono le loro case, magari di proprietà, con la morte nel cuore, per andare a vivere in quasi baraccopoli lontano dalla vista dei bianchi.
 
il museo è un altro di quei posti nei quali ti aggiri senza parlare, mentre leggi "for europeans only" su una vecchia panchina, mentre ascolti i racconti di qualche anziano che, bambino, visse in quel quartiere e ancora ricorda con gli occhi umidi quando fu costretto a lasciarlo.
alle pareti le fotografie delle famiglie che abitavano il district six, le ultime feste nelle loro case, i volti delle spose velati di malinconia: "sapevamo che sarebbe stata la nostra ultima festa di famiglia nella nostra casa".
 
leggo i messaggi scritti con pennarelli colorati e ricamati perchè non sbiadiscano, quanto erano belli quei giorni nel district six, quei giorni non ritorneranno mai.
leggo di chi è tornato quando i tempi sono cambiati, per rivedere quelle strade e quelle case, anche per un fratello che non ha potuto tornare perchè già mort.
 
un altro di quei luoghi dai quali si esce senza sapere che cosa dire, senza nulla da dire, senza il coraggio di commentare.
solo vergogna, consapevolezza che qualsiasi parola di disapprovazione sarebbe ridicola e superflua…
come riuscire a disapprovare una cosa che non avrebbe mai dovuto accadere??
 
è una vicenda che sembra irreale, tanto è assurda la storia che c’è dietro…
ed è tanto piu’ assurda quanto piu’ sai che è vera.
ho dovuto rileggerla piu’ volte per essere sicura di aver capito bene: gli abitanti del quartiere furono allontanati e segregati lontano, gli fu tolta la loro casa, la loro vita.
ero sicura di aver capito male….
 
ci si aggira per le sale del piccolo museo, rendendosi conto che tutto quello che si trova lì dentro è vero, che non è il parto di un’immaginazione malata, della fantasia di uno scrittore.
quelle poche stanze, quello spazio ristretto è il dolore di tante persone, è l’assurdo tentativo dell’uomo di prevalere sull’uomo, è l’idea sbagliata che gli uomini fra di loro siano diversi, è lo sforzo per farli diventare diversi, a dimostrare un teorema le cui premesse sono del tutto assurde.
 
è il modo migliore forse per lasciare questo paese, dall’aria così europea, chic, evoluta, ma dalla storia così drammatica e terribilmente recente.
sono le immagini migliori da portare via, da mettere in valigia per ultime, sopra tutto i resto.
 
e per una volta, forse, riesco a dire piu’ con le immagini che con le parole.
 
 
 
[segue]