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Sudafrica – Capitolo II – il Capo di Buona Speranza

abbiamo affitato una macchina in una splendida giornata di sole, nel giorno in cui il sudafrica festeggia la festa della donna (è festa nazionale, negozi e uffici sono chiusi) e ci siamo diretti verso il capo di Buona Speranza, già Cabo Tormentoso (non mi sarà difficile scoprire il perchè e decidere che il primo nome era di certo piu’ adatto…)
 
la strada che porta laggiu’ è una bellissima strada costiera, punteggiata da deliziosi paesini di pescatori, casette colorate che si affacciano sul mare. hanno l’aria disabitata, il che li rende ancor piu’ affascinanti e romantici sotto questo sole caldo e quest’aria frizzante che sa di salsedine, che arrossa le guance e arriccia i capelli.
 
la prima tappa è saint james, una piccola spiaggetta, famosa per le sue coloratissime (e fotografatissime…) cabine vittoriane.
ci fermiamo lì per le immancabili fotografie, ma anche per guardare da vicino e toccare l’oceano atlantico che ci lambisce i piedi, per respirare quell’aria così pulita, così fresca che ci apre i polmoni e che ci stampa un sorriso in faccia.
 
mentre siamo intenti a guardare le cabine con gli occhi e attraverso l’obiettivo, mentre i polmoni, provati da un inverno nello smog del raccordo anulare, si riempiono di aria buona chiedendosi che cosa sia, spunta un signore anziano, michael.
zoppica un po’, ha una gamba con qualche malformazione, e, quando è stanco, o quando si ferma e deve stare in piedi, la appoggia sul bastone.
ci saluta affabile, ci chiede da dove veniamo, ci chiede com’è roma, se è la prima volta che veniamo in sudafrica e dove andremo.
gli diciamo che è il nostro primo giorno, che già ci piace tantissimo, che siamo felici di essere sfuggiti all’afa opprimente dell’italia per tuffarci in quell’inverno luminoso.
ha scordato il suo pranzo a casa, ci informa, così gli offriamo volentieri la frutta che ci eravamo portati come spuntino.
"si vedono balene qui?" chiediamo scrutando l’oceano.
"certo! ieri ce n’erano un paio proprio qui davanti e...." aggiunge indicando l’orizzonte lontano "…ah…eccone una che gioca proprio là davanti!"
aguzzo lo sguardo, stringo gli occhi…in lontananza vedo, in effetti, qualche cosa di scuro che sembra galleggiare sul mare.
"figurati se è una balena qui davanti….a poca distanza dalla spiaggia…è il primo giorno, siamo appena scesi, e vediamo una balena!" penso e, scettica, faccio uno zoom con la macchina fotografica e scatto una fotografia.
poi faccio uno zoom sul display su quello che, sono certa, sarà un pezzo di legno…
 
è la coda di una balena!
 
la prima balena!!! ed è lì, che gioca davanti alla riva proprio come ha detto il signor michael!!!
resta ancora un po’ con la coda per aria, poi – pluf! – si immerge!
 
salutiamo michael, dopo avergli fatto qualche dozzina di fotografie, e proseguiamo, fermandoci in continuazione lungo la strada, perchè dal mare è tutto un saltar fuori di balene.
le onde che si increspano, qualcosa di scuro che emerge sulla superficie del mare, pfffffff, lo spruzzo inconfondibile, ed ecco un’altra balena, poi un’altra e un’altra ancora. di questo passo non arriveremo mai, quindi rinunciamo a malincuore alle balene, mentre io continuo a lanciare grida ogni volta che ne scorgo una, entusista come una bambina in un negozio di dolci…
 
a mano a mano che ci avviciniamo al Capo, il vento si fa piu’ forte, e anche il paesaggio cambia.
dalla dolcezza dei vilalggi della costa, si fa piu’ duro, piu’ aspro, piu’ sofferto.
gli alberi sono incredibilmente piegati verso il terreno, le rocce sono modellate e rese lisce dal vento.
 
arriviamo così al capo di buona speranza.
prima di vederlo mi chiedevo come fosse possibile che tante navi fossero affondate nel tentativo di doppiarlo, che passare dall’altra parte fosse un’impresa tanto disperata e difficile.
ma, appena arriviamo, capisco subito perchè.
e penso che il nome non renda giustizia al luogo, che forse doveva rimanere Cabo Tormentoso (giusto il re, che non lo aveva visto, ma soprattutto che non lo aveva vissuto, poteva pensare di dargli un nome tanto gentile….).
si, perchè piu’ ci si avvicina, piu’ il vento soffia forte, ulula arrabbiato, le onde sbattono rabbiose sulle rocce, scavandole e modellandole insieme al vento.
gli spruzzi arrivano fin sulla spiaggia, il vento è così forte che spesso devo camminare seduta per non essere sbattuta a terra.
 
nemmeno contro le ripide pareti di roccia si trova riparo. il vento soffia da ogni direzione con raffiche irregolari e violente, impedisce di respirare, di parlare, di camminare, persino di stare fermi.
ed è una giornata serena e senza tempeste…
guardo verso quel mare agitato e penso che vorrei trovarmi ovunque tranne che su una nave al largo di queste coste, su questo mare profondo, dal quale affiorano, quando la furia del vento si calma di poco, scogli nascosti che potrebbero squaciarne lo scafo.
 
sfidando il vento saliamo in alto sulla roccia, per dominare (o avere l’illusione di farlo) il Capo.
da lassu’ se ne vede la forma, come la prua di una nave che si protende verso l’oceano.
si vede il mare incresparsi con onde altissime, si vede il vento soffiarne la schiuma dalle creste.
sotto di noi l’oceano ruggisce, rivendicando il suo primato sull’uomo e su chiunque pensi di poter dominare le sue acque, ricordando che su di lui si è semplici ospiti, che si può essere tutt’al piu’ tollerati, che non se ne può essere padroni.
 
uno spettacolo unico, che ri ripete anche salendo, poco distante, sul faro del Capo di Buona Speranza, un lembo di terra che, coraggioso, si insinua nel mare.
anche lassu’ il vento è forte.
si sente meno la voce del mare, tuttavia se ne domina la vastità blu davanti a noi.
da lontano si scorgono delle nubi nere cariche di pioggia, quindi scendiamo in fretta.
la natura lassu’ è affascinante, ma fa anche paura. manca ogni riferimento a noi familiare.
 
le stesse nuvole che ci hanno fatti allontanare dal Capo coprono anche il Chapman’s Peak, un bel punto panoramico verso Città del capo, dove ci fermiamo per ammirare ancora una volta il panorama lungo la strada che ci porta ad hout bay, un piccolo villaggio di pescatori, poche case, una specie di fiera di paese con improbabili ballerini sul palco, sotto una pioggia sottile ma battente.
veniamo accolti da due improbabili personaggi, che sembrano usciti da un film dei fratelli cohen: le soapgirls
sono due sorelle ("ma non gemelle" specificano) di quattordici e sedici anni che, vestite di rosa, con buffi stilali pelosi e minigonna rosa confetto, che ci accolgono vendendoci saponi per beneficenza. parlano come in controcanto l’una dall’altra, con una divertente cantilena. una curiosa apparizione di colore in un paese grigio e quasi fantasma, e proprio per questo ancora piu’ surreale.
 
ritorniamo a Città del Capo sotto la pioggia.
 
nulla oggi ci ha ancora parlato di africa, neppure il vento sferzante, che portava voci del passato.
tutto ci ha parlato invece di natura, di forza degli elementi, di lotta contro di loro.
ma ancora, forse, non ci sentiamo in africa. 
 
 
[segue]