Tags

Related Posts

Share This

Sudafrica – Capitolo I – Citta' del Capo

allora, avete messo un maglioncino? di lana leggera e’ sufficiente.

serve poi un ombrello, o un k-way, scarpe comode, occhi spalancati.

si parte! si parte da Citta’ del Capo, al mondo alla fine del mondo, da quella parte del globo nel quale la gente cammina a testa in giu’, come pensavo da piccola. e, chissa’, non avevo tutti i torti…

si arriva infatti davvero in un mondo capovolto, dai 40 gradi di roma, con tasso di umidita’ altissimo, ai 15-20 di massima dell’inverno sudafricano. mentre l’italia e l’europa bruciano, insomma, qui si va in giro con il maglione.

e non e’ cosi’ ma l’idea di rinfrescarsi un po’, di allontanarsi per qualche giorno dall’afa. curioso, si arriva in africa e si trova una temperatura da nord europa, dopo aver lasciato in europa un clima africano. siamo decisamente nel mondo al contrario.

e l’africa che troviamo ad accoglierci, sia pur avvolta nel buio della notte, e’ lontana dall’idea di africa, e’ diversa da quella che avevamo respirato in namibia, per esempio, dove subito ti rendi conto di essere in un alro continente. la citta’ e’ sonnacchiosa, edifici bassi, luci. arrivando di notte tutte le citta’ sono uguali, ma questa ha subito un’atmosfera familiare. ci si scorda facilmente di essere in africa qui. prendiamo possesso dell’appartamento delizioso che abbiamo affittato, della nostra base per queste due settimane, di quella che sara’, a tutti gli effetti, la nostra casa.

la mattina facciamo colazione *D., il padrone di casa, ci ha fatto trovare brioche, latte, yogurth e succo di frutta, oltre che formaggio e vino….) e usciamo in una splendida giornata di sole, per la prima esplorazione casuale e senza meta della citta’. come i gatti, ci muoviamo a cerchi concentrici da casa, annusando l’aria, gli odori di cucina (e, ancora una volta, di nord europa), di aria pulita, cercando di renderceli familiari.

la citta’, come dicevo e’…bassa…niente gratacieli (per mia fortuna, non li amo affatto), un’aria vagamente coloniale, una forte impronta europea. l’unico indizio del fatto che siamo in africa e’ una decisa maggioranza di popolazione nera, almeno per la strada.

"sembra san francisco", dice antonio che c’e’ stato.

arriviamo fino al castello, che visitiamo rapidamente, iniziando a familiarizzare con la citta’.

nel pomeriggio, seguendo il suggerimento di D., saliamo sulla table mountain, approfitando del bel tempo e della scarsita’ di vento.

la table mountain e’ infatti una montagna di circa 1000 metri che sovrasta la citta’, fatta proprio…come una tavola.

la sommita’ e’ infatti piatta piatta (come vedete dalle foto) e spesso e’ coperta da una spessa coltre di nuvole che si arriccia e si drappeggia proprio come una tovaglia su un tavolo.

saliamo in teleferica, portando con noi tutto il necessario per il pic nic, usanza terribilmente sudafricana (i sudafricani amano fare i pic nic, sopratutto al tramonto), una bottiglia di chardonnay, formaggi e pane, che ci ha fatto trovare il padrone di casa, che ci ha caldamente raccomandato il pic nic…

lassu’, con una splendida vista sulla citta’, l’aria tersa e pulita che permette di vedere quasi fino al capo di buona speranza, ci troviamo un buon posto e, fra l’invidia degli altri turisti, apparecchiamo per il nostro pic nic.

dalla cima della table mountain, battuta dal vento sferzante che ne modella le pietre, dove non c’e’ moltro altro a fare che ammirare il panorama, si domina tutta la citta’, cosi’ piccola e raccolta dall’alto.

ci si sente sulla cima del mondo, mentre, a potersi guardare dal’alto, si e’ in un punto cosi’ piccolo. piccolo eppure denso di significato, ricco di storia e storie. da lassu’ non si vede la tensione sociale e politica di un paese che ha tanto sofferto, ma si scorge chiaramente robben island, l’isola prigione nella quale mori’ steve biko, nella qule nelson mandela passo’ oltre vent’anni in carcere.

la nostra attenzione e la nostra furia fotografica viene attratta da un nutrito gruppo di donne nere, dai vestiti colorati e sgargianti (ma intonatissimi), che sale cantando inni a gesu’. si muovono compatte, cantando e ballando agili nonostante la mole non indifferente di molte di loro. alcune si perdono per la strada, a guardare il panorama, a farsi un fotografia, a riposarsi un po’. poi si riuniscono tutte e, cantando, scendon.

restiamo a guardare il panorama, a vedere il sole che scende lentamente per tuffarsi nel mare e, a malincuore, scendiamo. l’ultima teleferica sta per fare la sua corsa, sta diventando buio, anche se sono solo le sei di sera. ma qui e’ inverno, non lo dimentichiamo…

ci lanciamo sulla fila di taxi prima che arrivino gli altri scesi con noi, dribbliamo quelli che cercano di attirarci e scegliamo l’unico che, tranquillo, aspetta il suo turno.

e, lo scopriremo presto, e’ la scelta migliore. l’autista si chiama leonard e facciamo amicizia con lui ( diventera’ il "nostro" taxista ufficiale per tutto il soggiorno).

ha sposato da un anno una ragazza scozzese e aspetta il visto per raggiungerla in scozia, o forse verra’ lei qui…. naviga su internet, si diverte a criosare il mondo da li’…non sa bene dove si trovi l’italia ("e’ al nord o al sud dell’europa?" ci chiede, ma, nei giorni successivi dimostrera’ di essersi ben documentato sul nostro paese), ma sa che la capitale e’ roma.

la breve chiaccerata con lui e’ sufficiente per farci scendere anche in senso metaforico dalla montagna dalla quale, a ben guardare, non si vedeva nulla.

parlando di noi infatti ci chiama "whites", i bianchi, ponendo subito in chiaro che, inutile negarlo, il colore della pelle E’ una differenza, qui piu’ che da qualsiasi altra parte. elevarlo a valore discriminante nella società è riprovevole, certo, ma è una differenza che non si può nascondere.

mi rendo conto, pur avendolo sempre saputo, che qui io sono bianca, per di piu’ europea, portatrice inconsapevole di una serie di privilegi. mi rendo conto che faccio parte del primo mondo (secondo lui il sudafrica e’ terzo mondo, ma ci accordiamo sulla sua appartenenza al secondo mondo…), un mondo nel quale il mio passaporto vale doppio…. lui, per uscire dal suo paese, ha bisogno del visto, io prendo ed esco. e, nei paesi che richiedono il visto, questo e’ poco piu’ di una formalita’ e pochi soldi da pagare…

insomma, noi siamo quelli seduti dietro nella macchina che vanno….

ci accompagna al water front, un centro commercale modernissmo sul porto, dove, ci dice, vedremo e toccheremo con mano quello che dice. l’apartheid non esiste piu’, ma li’ sono tutti bianchi (oddio no, i neri ci sono…fanno i commessi e i camerieri…). siamo tutti bianchi, sudafricani o turisti, e istintivamente, ci aggregiamo in paeesaggi piu’ familiari e rassicuranti, in ambienti…bianchi…

facile scordarsi di essere in africa quaggiu’, con un freddo diventato piu’ pungente, davanti a un’enorme bistecca e a un buon bicchiere di vino, mentre camerieri sorridenti ci chiedono se la cena sta andando bene.

ma siamo in africa, e ce ne renderemo contro prestissimo…

[segue]