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passaggio in india – parte II – da dehli ad agra on the road

ci lasciamo alle spalle dehli, la capitale, un po’ sconcertati.
una città grande, dove convivono tradizone e modernità, dove accanto a deliziosi parchi inglesi camminano serene le mucche, dove macchinoni sfrecciano accanto a carretti a trazione animale, dove il traffico è intenso ma comunque scorrevole.
una città moderna senza dubbio, ma che pare disabitata, o meglio pare frequentata solo per lavoro.
non si vedono case, è difficile capire dove vive la gente.
uffici, negozi, monumenti, residenze di primi ministri, ambasciate, palazzi di governo, la lapide di gandhi, negozi.
ma la gente dove vive?
per strada forse, a giudicare dal gran movimento.
 
ma comunque si parte, non c’è tempo per pensarci, ci aspetta agra e il taj mahal.
 
ogni spostamento è un viaggio lungo ma interessante.
300 km si fanno in non meno di sei-sette ore.
la strada non è delle migliori, trafficata di camion caricati all’inverosimile, altri carri a trazione animale (cammelli), tutto coloratissimo.
immancabile la scritta "horn, please"…suonare il clacson, per favore…
tutti suonano il clacson per far spostare chi sta davati, per segnalare l’intenzione di sorpasso, mentre sorpassano, per avvertire qualche mucca di lento passaggio.
lungo la strada chi non ha un mezzo di locomozione va a piedi.
da dove arriva e dove vada non si capisce, dato che i paesi sono lontanissimi uno dall’altro.
 
sono spesso le donne che trasportano in testa oggetti pesantissimi, oppure ingombranti fascine di legno, tenendo magari per mano bambini o chiacchierando tra di loro com se stessero andando per negozi.
donne elegantissime e colorate nei loro saree, ingioellate sia che vadano a una festa sia che lavorino nei campi.
a vederle camminare con quei carichi sulla testa viene da pensare che siano loro a portare avanti il paese….a portarlo letteralmente sulla testa…
 
e poi lavori, lavori di ampliamento stradale dappertutto.
uomini e donne al lavoro, a spaccare pietre e trasportarle, piu’ operai di quelli che effettivamente lavorano (c’è un po’ dapperuttto "quello che lavora" e "quello/i che guarda/no"… è un fenomeno interessante da osservare, dal negozio, ai lavori stradali, finanche all’aeroporto per prendere l’aereo…."quello che guarda e non fa niente" e "quello che fa un’attività assolutamente inutile, tipo passare i soldi al casellante, c’è sempre)
 
in questo viaggio la componente di strada è stata tanta, abbiamo macinato davvero moltissimi chilometri.
ma è stata una delle parti piu’ vere e autentiche.
in aereo o in treno avremmo perduto il paesaggio, la gente, i bambini che ci salutavano con la mano da lontano, i villaggi abbattuti, nei quali però c’era tutto, il caffà degli sfaccendati, il bar degli uomini anziani, i negozi dove le madri facevano la spesa.
avremmo perduto le partite di cricket in campi improbabili, sorpassi inquietanti che ti fanno pensare "ecco, ora – se mi va bene – vedrò da vicino la sanità indiana…"
 
ho anche resisitito a lungo senza iPod [dopo la prematura perdita del mio iPod, gesu’ bamnbino me ne ha portato un altro…un piccolo nano verde….NdR] per non farmi distrarre dalla mia musica e dal mio mondo racchiuso là dentro (dopo tre ore di musica indiana da vecchie cassette, però confesso che ho messo mano all’iPod….le canzoni indiane sono lunghissime!!! non finiscono piu’!!!!!)
 
il viaggio in macchina lungo le strade del rajastan insomma ci ha permesso di farlo un po’ piu’ nostro, di sporcarci da subito con la sua polvere, di respirare i suoi odori, buoni e cattivi, di guardare i ssuoi colori, che avremmo ritrovato nei palazzi, ma anche nei turbanti e nei saree.
ci ha avvicinati un po’ di piu’ alla terra che ci apprestavamo ad esplorare…
 
 
 
 
 
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