dalle sabbie del sahara – parte III – il deserto

 
è curioso scrivere un diario di viaggio in differita…
 
di solito io tengo un diario, beh, non proprio quotidiano…diciamo che ho un periodico…che aggiorno quando ho un pensiero, quando sono in un posto, quando mi viene una riflessione oppure ho semplicemente voglia di fare un disegno.
è un classico moleskine, oppure (ora) un quadernino fabriano di carta goffrata (una specie di rigatino).
 
fisso così, a caldo, le mie impressioni su un luogo, un’esperienza…è bello rileggerle a distanza di tempo…
 
e così ora mi suona strano rileggere quelle sensazioni a caldo e ripeterle qui, senza elabolarle.
è strano perchè il tempo le fa maturare, sedimentare.
soprattutto quando mi trovo in posti che mi portano così tante emozioni, che nemmeno riesco a razionalizzarle al momento.
è solo dopo, con calma, appena mi fermo, che mi rendo conto con la testa, oltre che con i sensi, di quello che ho vissuto.
 
è quanto mi è accaduto nel deserto, un luogo che mi ha suscitato sicuramente emozioni molto forti (il deserto del sahara, accidenti!!!), ma difficilissime da descrivere.
 
si parte la mattina presto in 4×4 alla volta del deserto del sahara.
 
il deserto è un luogo affascinante.
nella mia vita ho visto qualche deserto…dalle propaggini peruviane del deserto dell’atacama (la parte peruviana che ho visto però è ancora troppo popolosa per dare l’idea del deserto) al deserto rosso del namib, con le sue le dune irreali, le sue strade desolate.
ma il deserto del sahara, signore e signori, è Il Deserto per antonomasia. al di là di quello che vedi, al di là della sabbia, quello è il deserto….
 
il viaggio fino all’oasi di ksar ghilane è lungo e accidentato, anche se fatto in jeep 4×4 e anche se non sei tu a guidare e l’oasi è proprio come te la aspetti.
 
nel bel mezzo della sabbia, all’improvviso, scorgi in lontananza qualcosa di scuro, che si fa verde via via che ti avvicini…sono palme, è l’oasi, un pezzo di terra fertile autentico regalo di qualche sorgente di acqua.
un mondo dentro un altro mondo. un regalo della terra all’uomo.
 
con un’ora di dromedario, dall’oasi si raggiungono i resti di un forte romano. i romani erano arrivati fino laggiu’ e laggiu’ si erano fermati.
davanti a loro sabbia, dietro di loro ancora sabbia e l’oasi che si allontanava…non vale la pena di andare oltre, devono aver pensato.
e lì hanno voluto mettere un punto.
da lì in poi nulla, hic sunt leones…..
 
il percorso in dromedario è piacevole, tranne in due momenti: quando si alza e  quando si siede per farti scendere. a vederlo da fuori non sembra, ma si abbassa fino a farti quasi toccare la terra con il naso (cosa che rischi di fare davvero se non ti tieni bene in equilibrio)
il dromedario ondeggia lento, affonda le larghe zampe nella sabbia soffice, scivola leggermente dalle dune, avanza inesorabile su una strada che conosce fin troppo bene.
 
si guarda intorno con la sua espressione buffa, le grandi ciglia che proteggono gli occhi dalla sabbia. quella sabbia sottile che entra dappertutto. rimpiango di non essermi comprata anche io il turbante (che poi altro non è che una lunga sciarpa arrotolata in un certo modo), perchè non mi andava di mettermi a contrattare nel mercato di chenini.
quel turbante è l’unico modo per ripararsi gli occhi e la bocca. ho masticato sabbia per ore dopo essere tornata, dopo aver fatto la doccia, bevuto acqua.
inutile, te la ritrovi in ogni piega degli abiti, sotto le unghie, sulle ciglia, nei capelli, nelle orecchie, persino fra le maglie dell’orologio.
  
abbiamo solo sbirciato il deserto questa volta, non possiamo dire di averlo vissuto (avevamo vissuto molto di piu’ quello della namibia), ci siamo affacciati, lo abbiamo solo rispettosamente salutato.
 
l’emozione che dà il sapere di essere nel deserto del sahara è grandissima, ma mi riesce difficile descriverla.
mi rileggo e non riesco a farla trapelare come l’ho provata.
 
se dovessi scegliere riassumerla forse direi di aver provato una rispettosa soggezione…è un ambiente così diverso da quelli cui sono abituata, un ambiente che a tutta priam non fa nemmeno paura. sembra facile da affrontare.
fino a quando non ti fermi, fino a quando non fai cessare i rumori che ti sei portato dietro, il motore della macchina, la musica, le voci amiche.
fino a quando non resti in silenzio e capisci che cosa vuol dire un silenzio assordante, un silenzio che spaventa.
 
abbiamo cotto il pane sotto la brace di notte, abbiamo ballato a piedi scalzi improvvisate danze arabeggianti sulla sabbia fresca.
abbiamo guardato al cielo stellato lontano dalle luci della civiltà.
 
non ci siamo mai staccati del tutto dalle nostre piccole scialuppe moderne, macchine, telefonini…abbiamo ammirato il paesaggio intorno a noi,s enza però fermarci a pensare troppo.
chissà, forse perchè tutto quel silenzio, tutto quel deserto, quella sabbia a perdita d’occhio, il sapere di non avere – lasciati a noi stessi – punti di riferimento ci faceva una paura che avevamo persino paura di ammettere.