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dall'alpi alle piramidi – parte VI (ed ultima) – l'immortalità

"All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? "
Ugo Foscolo – I sepolcri
 
 
tombe violate nell’antichità.
tesori saccheggiati poco dopo essere stati sepolti e prima che si perdesse traccia delle vie di accesso alle tombe regali.
ladri, avventurieri, tombaroli.
 
le tombe dei faraoni egiziani sono state da sempre oggetto di brame e di losche concupiscenze da parte di personaggi in cerca di tesori.
 
aggirandosi per le tombe della valle dei re, finemente decorate con colori accesi e ancor vivi dopo oltre 3000 anni, scendendo attraverso i cunicoli delle piramidi nelle spoglie stanze sepolcrali, osservando le mummie fuori dai sarcofagi nella sala climatizzata del museo, si ha come l’impressione di violare qualcosa, di turbare il sonno di questi uomini e donne del passato, che hanno fatto della loro morte uno spettacolo, un capolavoro di artigianato, ingegneria, tecnica di conservazione.
si ha la sensazione di profanare il loro riposo, perchè questo è per noi la morte, riposo….quand’anche semplicemente il nulla dopo una vita terrena la quale – con il passare del tempo e l’affievolirsi della memoria dei posteri – perde cosi’ ogni significato.
 
ma se si ascolta con attenzione si sente la voce di quegli uomini, le cui sepolture sontuose erano destinate a una cosa, ottenere l’immortalità.
e allora si capisce che truppe di turisti sciatti e ciabattanti, sudati e stanchi, che paiono violare il silenzio della morte, in realtà non fanno che proclamare a ogni passo la vittoria degli antichi egizi sulla morte stessa.
proclamano la loro immortalità.
ramesse, tuthmosis, tutankhamon, nefertiti, nefertari…
queste persone oggi sono diventate immortali, hanno vinto, pur pagandola con tutti i loro tesori, la battaglia contro la morte, la vera morte che per loro era l’oblio.
 
chi meglio ha saputo gestire la propria sepoltura, con piramidi indistruttibili o tombe ben nascoste, ha vinto la morte e oggi ha guadagnato l’eternità.
 
quando i greci arrivarono in egitto, rimasero affascinati dalla mummificazione e vollero provarla anche loro.
vollero anche loro, razionali scienziati, filosofi e guerrieri dell’antichità, rapiti dalla religiosità degli egiziani, tentare di vincere la morte, di superarla….
ma agli egiziani non andava di ritrovarsi quei barbari invasori anche nell’aldilà, quindi infilarono i corpi in grosse bare di pietra (sarcofagi) e li lasciarono li’, senza rivelare i segreti della mummificazione…
quando i greci riaprorono la bara trovarono solo gli scheletri, cosi’ si convinsero che la pietra con la quale erano fatti mangiasse la carne della gente.. sarcofago, appunto (Sarcos=carne e Fagos=che mangia)
 
nel paese forse unico al mondo nel quale la siccità è una benedizione, perchè ha conservato perfettamente intatti i monumenti che affascinano e attirano turisti e studiosi da sempre, si puo’ dire davvero che la morte ha un significato opposto a quello che gli diamo noi.
la morte è l’inizio, non una fine.
e la permanenza terrena non è che un battito d’ali, un breve istante, il cui culmine viene raggiunto nel momento in cui  il cuore, leggero piu’ di una piuma, vola in alto e l’anima abbandona il corpo.
 
dell’egitto antico non sono rimasti edifici civili, nemmeno palazzi di faraoni potentissimi.
non si costruivano dimore sontuose per questa vita, ma templi per la cerimonia della loro sepoltura.
il trascendente che vince sull’immanente.
ciò che deve durare è solo ciò che riguarda la vita che verrà dopo questa.
 
camminando per le rovine, ammirando le piramidi, in silenzio di fronte alle mummie, si capisce allora che per alcuni di essi l’immortalità, il mito, la leggenda, sono diventati realtà. si comprende che per loro la morte non era la fine, ma il fine.
e che il sonno della loro morte – sembrano rispondere a uno sconsolato e razionale foscolo – è men duro del nostro…
 
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con queste riflessioni sull’immortalità metto la parola fine al mio diario di viaggio in egitto, al racconto dei miei ricordi e delle mie impressioni.
vado avanti e affido alla parola scritta il ricordo vivo e caldo del mio viaggio, che tornerò a leggere quando altri colori, altre esperienze, altri pensieri, lo avranno raffreddato e fatto diventare solo ricordo.
le mie parole scritte di getto – mentre ancora le emozioni erano vive – faranno rivivere i ricordi e le emozioni , così come le ho provate, ogni volta che le rileggerò.
 
il piccolo scarabeo di alabastro ha perduto la polvere del deserto della valle dei re e mi guarda da sotto il monitor del pc.
verdino e trasparente, appena sbozzato e mal rifinito, i segni frettolosi e poco accurati dell’utensile che lo ha scolpito senza troppo amore.
oggetto di nessun valore economico, comprato insieme ad altri tutti uguali, mercanteggiato insieme ad altri, messo nel mucchio per ridurre il prezzo, mi racconta le storie della sua terra.
fragile e morbido, puo’ essere inciso con un’unghia.
pietra dell’egitto, formazione della terra d’egitto, avrebbe voluto essere forse un oggetto piu’ prezioso e ornare qualche ricca casa, o magari racchiudere il cuore di un faraone.
troppo tardi, ora è invece sulla mia scrivania (poteva andargli peggio, poteva ritrovarsi stercoraro a rotolare palle di bugie…).
racconta da qui la sua storia e ascolta le storie degli altri oggetti delle altre parti del mondo, la santera di cuba che fuma senza sosta, lo zapatista del guatemala, il galletto portoghese, il presepe del peru’…
 
piccoli pezzi senza valore economico, piccoli ricordi.
piccoli pezzi del mio piccolo mondo.