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dall'alpi alle piramidi – parte II – dall'alto di queste piramidi….

l’egitto è la patria dell’archeologia, l’archeologia per eccellenza, almeno per me, che (come ho ripetuto fino alla nausea) volevo fare l’egittologa da giovane.
 
vivendo a roma, dove esci dalla metropolitana e ti trovi davanti il colosseo, dove nel luogo dove fu assassinato giulio cesare vive la piu’ nutritsa colonia di gatti randagi della capitale, dove ci sono chiese e monumenti di ogni stile che si desideri, è difficile restare meraviglaiti di fronte a qualche cosa, tanto si finisce per abituarsi alla meraviglia.
 
difficile andare da qualche parte nel mondo e restare a bocca aperta…
e poi ormai alla televisione abbiamo visto tutto e quando andiamo da qualche parte ci aspettiamo già quello che troveremo, magari piu’ grande, magari meglio conservato…e qualche volta restiamo male…(io rimasi male la prima volta che vidi piazza san pietro, che mi aspettavo molto piu’ grande. la vidi di notte, verso mezzanotte, vuota, la prima sera in cui arrivai a roma….mi guardai intorno e – arrivando da via della conciliazione – la trovai piu’ piccola di quello che avevo immaginato…per questo quando ci porto qualcuno cerco di arrivare da dietro, di non sciupargli la sorpresa, cercando di ridare un po’ dell’effetto di enormità che aveva voluto dare bernini…)
 
mi stupi’ l’altura di macchu picchu, anche se l’avevo vista fotografata mille volte, perchè dal vivo è enorme, inaccessibile, magica…ma poche altre volte mi sono meravigliata davvero…
 
con le piramidi mi è accaduto un fenomeno strano.
le piramidi si strovano praticamente al cairo, poco fuori dalla città.
si percorre uno stradone extraurbano e  a un certo punto si vedono laggiu’, in lontananza, quelle tre punte che svettano.
intorno case di mattoni a 4-5 piani in via di continua elevazione, che si reggono su’ per grazia di dio e volontà della nazione.
assolutamente insicure, ma una vista mozzafiato…
 
si arriva nella piana delle piramidi e ci si trovano davanti i tre giganti (due giganti e mezzo, quella di micerino è piccola…)…ma ancora non mi ero meraviglaita, anche se mi sono ritrovata con il naso per aria e la bocca spalancata in un’espressione certamente poco brillante.
il vero stupore è arrivato quando sono arrivata a pochi centimetri dai mastrodonti, quando ho alzato la testa in su’, abbagliata dal sole, e le ho guardate da vicino, ho visto da vicino i blocchi che le componevano, enormi, giganteschi, pesantissimi blocchi.
 
un cumulo ordinato di blocchi di pietra, tre forme perfette di pesantissimi mattoni, portati su’ a uno a uno a forza di braccia, non da schiavi, ma da lavoratori, progetto faraonico (mai parola fu piu’ appropriata) per guadagnare l’immortalità.
opera di sangue e di sudore, opera maestosa.
 
ora le piramidi hanno perduto (depredate) la loro copertura bianca, che le rendeva tre cristalli purssimi in mezzo alla piana desettica di giza, ma non hanno perduto nulla del loro fascino.
forme perfette, del colore caldo della terra d’egitto.
non siamo noi a guardare loro, ma loro, da lassu’, a osservare noi, a guardarci – sornione e maestose – mentre cerchiamo di rubare un po’ di immortalità fotografandole e facendoci fotografare sotto di loro….
 
esterni incredibili e interni incredibilmente piccoli e angusti. corridoi ripidi nei quali si procede inchinati, perchè di fronte al faraone si arriva rispettosamente piegati.
un interno tanto piccolo e tanto angusto da lascaire increduli gli archeologi e i semplici avventurieri curiosi, certi che dentro quel gigante ci deve essere qualche segreto, qualche camera ancora inviolata che racchiude chissà quale mistero…
 
ma il segreto sembra non volersi svelare e le piramidi sembrano sorridere beffarde dei nostri calcoli matematici, delle nostre teorie fantascientifiche, delle nostre sonde che si insinuano fra le loro pietre, alla ricerca di chissà quali segreti anfratti e tesori inviolati.
 
forse il loro segreto, il loro inesplicabile enigma risiede nella loro capacità di stupirci da secoli con la loro semplicità.
forse solo la sfinge, accucciata ai loro piedi, sorniona e ferita, sfigurata e stanca, conosce il loro segreto.
ma non vuole rivelarcelo, nemmeno ponendoci enigmi come fece con edipo.
minata da una malattia che ne consuma lentamente la pietra, forse porterà con se questo segreto, disperdendolo nel vento e nella sabbia del deserto.