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radici

io non ho radici
 
sulla mia carta di identita’ c’e’ scritto che sono nata nella provincia di novara (in un minuscolo paese sul lago maggiore, sara’ per questo che i laghi mi affascinano???), ma li’ sono solo nata, di passaggio, con la mia famiglia nomade sempre di passaggio in qualche posto.
 
le mie origini sono per meta’ toscane (mamma) e per l’altra meta’ lombarde (papa’)
lo vedo da una parte dalla mia linguaccia toscana che a volte proprio non le riesce di stare zitta e dall’altra dalla mi riservatezza, precisione, tendenza (solo quella a volte…) alla puntualita’, al far funzionare le cose in modo esatto (quello deve essere il bisnonno svizzero che mi ha lascaito nel DNA la sindrome dell’orologio…).
ma non sono toscana, non sono lombarda, tantomeno sono svizzera…
ho colori nordici e forme mediterranee
 
ma io non ho radici, non ho ricordi d’infanzia ai quali aggrapparmi, posso mangiare mille madeleine come il personaggio della Recherche di proust, ma ognuna di loro, pur con lo stesso sapore, mi portera’ a ricordi diversi.
 
la gente si stupisce di come io riesca a ricordare con esatezza cose di oltre trent’anni fa, quando ero davvero piccola…questa cosa e’ successa, nel 1974 (avevo tre anni), nel 1977, nel 1984…
ma per me e’ facile…basta ricordare dove abitavo, ogni due anni una casa nuova, una citta’ diversa, una scuola diversa, amici lasciati indietro.
mille sport cominciati e lasciati, perche’ nella citta’ successiva non si potevano praticare.
un anno di pianoforte senza poter comprare un pianoforte, perche’ in casa non c’entrava.
un anno di teatro e l’anno successivo a guardare le prove, perche’ dovevo andare via e non potevo avere nessuna parte.
 
per me l’infanzia e l’adolescenza sono l’odore della vernice fresca della nuova casa.
sono entrare in quella che sarebbe stata la nuova casa, vuota, esplorarla e immaginare la mia camera coem si sarebbe trasformata.
sono la paura di legarsi alle cose e alle persone perche’ appena ti sei legato arriva l’ora di andare via.
e a mano a mano che crescevo lasciarsi indietro una vita era sempre piu’ difficile.
da bambini è facile andare via, da adolescenti lo è molto meno…e il periodo nel quale mio padre avrebbe avuto la nuova destinazione diventava un periodo di paura. "dove andremo a finire adesso?"
cosi’, senza quasi rendermene conto, ho iniziato ad alzare delle barriere di silenzio, quasi di freddezza verso le persone.
perchè meno mi legavo, meno avrei sofferto andando via.
e ho cominciato a legarmi agli oggetti, che invece potevo portare con me.
 
ho notato questa mia assenza di radici  quest’anno a natale.
mio marito e’ pugliese, ma vive da quasi dieci anni fuori dall puglia e come lui anche moltissimi dei suoi amici.
per loro natale e’ anche ritrovarsi (soprattutto tutti quelli che ormai vivono lontani e tornano quasi solo per natale), ripetere alcune tradizioni, come la focaccia all’ora di pranzo il 24, l’incontrarsi per gli auguri in centro pur senza darsi appuntamento, perchè tanto tutti vanno in giro in centro.
poi ci sono le tradizioni della cucina, le cose che in quella citta’, in quella famiglia si fanno a natale, le cose che tutti aspettano di mangiare o di fare proprio quel giorno.
 
per me non è mai stato cosi’
 
ogni anno natale ero o appena arrivata in una citta’ nuova (si arrivava a ottobre) o in procinto di lasciarla.
ogni anno gli amici erano diversi, le tradizioni diverse, odori diversi, climi diversi.
una volta era la neve e le montagne, la volta dopo il mare, poi la pianura o la collina, una grande citta’ o una cittadina di provincia.
 
scrivevo tante lettere quando ero piccola, ne ho scritte fino al liceo.
sceglievo la carta da lettera, che era uno dei regali che amavo piu’ ricevere, sceglievo le penne di tutti i colori (ai miei tempi c’erano le penne profumate, chissa’ se ci sono ancora?), raccontavo alle amiche rimaste nelle altre citta’ della mia nuova vita, loro mi raccontavano come andava avanti la vita senza di me.
andava avanti lo stesso…
 
poi con il tempo ci si perdeva di vista e di lettura con molte di loro, con poche altre sono in contatto ancora oggi.
 
ma piu’ passa il tempo piu’ sento che a me, cittadina di nessuna citta’, eternamente straniera anche in quella che sento "casa", sempre con un accento diverso e indefinibile che mi porta prima o poi alla domanda "ma tu non sei d qua, vero?"
 
no, io non sono di qua, non sono di nessun posto.
 
ho fatto mille cose, visto mille posti, conosciuto mille persone, ma io non ho radici.