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Vive la difference!

Sono una donna che lavora.

Ho più di 30 anni e non ho una famiglia.

Sono laureata.

Ho fatto un master dopo la laurea.

Parlo quattro lingue oltre l’italiano.

Ho un lavoro che a dirla tutta non mi dispiace…non è il lavoro della mia vita, non è quello che sognavo da bambina, poi da ragazza, poi da universitaria, poi da neolaureata.

Nemmeno ora che lo faccio è il lavoro dei miei sogni

Ma è un lavoro, mi dà da vivere, imparo molte cose, ogni giorno imparo soprattutto a farlo meglio.

L’ambiente non è spiacevole, i colleghi non sono male, il mio capo, beh, non lo cambierei con nessun altro capo…

Insomma, non guadagno molto, potrei (e vorrei…) avere di più, ma sono una persona tutto sommato fortunata.

In questi giorni, sempre forse sulla scia di quella che è diventata la mia vita in questo particolare momento, sto riflettendo.

Su di me, su quello che voglio, su quello che devo (o dovrei fare), sulle scelte che ho fatto, sulle rinunce che ho fatto e su quelle che devo ancora fare.

ma anche sul mondo che mi circonda, sulle persone che incontro, su quelle con cui parlo.

Le guardo e le scruto. Le osservo con spirito scientifico, perché le persone, a gruppi o prese singolarmente, riservano sempre delle sorprese.

Le guardo, le interrogo e le ascolto e poi mi interrogo.

Ora sto osservando le donne che lavorano.

Una mia amica che ha due bambini piccoli è appena tornata al lavoro dopo la gravidanza e si è resa conto con divertimento che altre colleghe la guardano come un pericolo, una concorrente da far fuori.

soprattutto le nuove colleghe, quelle arrivate mentre lei non c’era.

Lei le osserva divertita e si chiede come non riescano capire che adesso le sue priorità sono diverse e che di restare in ufficio fino a tardi non solo non le importa nulla, ma le dà fastidio, le sembra una perdita di tempo.

Eppure loro – altre donne – la guardano con sospetto….lei è tornata e ora vuole fregargli il posto……

Allora io mi interrogo.

Da donna che lavora, che è contenta del suo lavoro. Che non ha una famiglia (se non un gatto) e che quindi potrebbe tranquillamente mettere il lavoro davanti a tutto perché non ha niente altro al momento.

Ma non mi interrogo solo su di me, mi interrogo su di noi.

Su noi donne che per secoli non abbiamo avuto voce in capitolo su nulla, non abbiamo avuto diritti ma solo doveri, che dovevamo tacere, soffrire, lavorare e obbedire. Che non avevamo dignità nemmeno di persona (in molti paesi del mondo questo ancora accade, ma non mescoliamo gli argomenti).

che avevamo speranza di avere un minimo di considerazione solo in quanto madri.

Ecco, noi donne occidentali abbiamo giustamente lottato per la parità di diritti, e con essi abbiamo avuto anche – quale prezzo da pagare – uguali doveri.

Per secoli abbiamo protestato perché volevamo giustamente dire la nostra, far sentire la nostra voce.

E ora che riusciamo più spesso a farci ascoltare?

Che cosa abbiamo da dire, ora che il grosso è fatto?

che cosa diciamo concretamente alle altre donne? che cosa diciamo agli uomini?

che cosa abbiamo cambiato?

Molte di noi sono diventate peggiori degli uomini che ci hanno preceduto.

Molte di noi, invece di portare qualcosa di più, quel qualcosa che per secoli abbiamo rivendicato di poter affermare, hanno preferito trasformarsi in uomini, condividerne quelli che finora avevamo condannato come disvalori.

Molte di noi hanno rinunciato alla lotta che avrebbe potuto affermare il lato buono della nostra diversità. Molte di noi, anzi, negano qualsiasi diversità, come se essere donna fosse un male dal quale guarire.

fosse un difetto da nascondere se proprio non si riesce ad eliminare

Essere biologicamente diversi non è un male.

pensare in maniera diversa non è un male.

Avere caratteristiche e attitudini diverse non è un male, perché nella differenza sta la ricchezza dell’essere umano.

Noi donne invece troppo spesso cerchiamo di mortificare la nostra differenza, cercando invece di assumere caratteristiche maschili. O peggio ancora, cercando di scimmiottare quelle che secondo noi sono caratteristiche maschili.

Abbiamo sviluppato un’aggressività (soprattutto le une contro le altre….gli uomini fanno squadra tra loro, le donne no, al massimo ci uniamo a due a due…l’amica di una nostra amica la guardiamo con sospetto) che abbiamo sempre condannato come caratteristica maschile.

L’aver chiesto a gran voce di avere una voce, aver ottenuto cose inimmaginabili fino a pochi anni fa, l’aver fatto passi da gigantesse, sembra essere finito lì.

Lottiamo contro la globalizazione e poi noi ci lascaimo inglobare in un modello che – implicitamente – ammettiamo essere quello vincente.

Dov’è la rivoluzione che avremmo potuto portare nel mondo?

Dove sono i valori tipicamente "femminili" che per secoli abbiamo dovuto soffocare e che oggi potremmo riaffermare?

omologandoci a un modello che per secoli abbiamo condannato significherà, alla lunga, aver perso la guerra, significherà dare ragione a chi per secoli ha negato la dignità dell’essere donne.

 

abbiamo dunque lottato per secoli perchè il mondo ascoltasse la voce delle donne o abbiamo combattuto all’ultimo sangue per trasformarci in uomini?