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III puntata – Intemezzo fotografico

III puntata
 
Intermezzo fotografico
 
In questo enorme paese, così diverso dal nostro, così grande, dove una città è piccola se ha meno di 10 milioni di abitanti, dove il traffico delle grandi città è inverosimile a ogni ora, dove tutto è nuovo e stupefacente, sembra che le cose da fotografare non siano mai abbastanza.
 
Nella nostra smania di fotografare tutto, di riportare su un supporto tangibile, sia esso carta o lo schermo di un computer, ogni singolo dettaglio, non corriamo il rischio di non guardare più ciò che abbiamo davanti?
 
Appena si entra in un posto "click!", senza chiedersi dove siamo, che cosa sia quel posto, che cosa rappresenti.
che cosa valga davvero la pena di fissare in un’ immagine immutabile e che cosa debba essere invece lasciato al ricordo e all’elaborazione delle emozioni.
 
Guardare attraverso un obiettivo non è sempre guardare con gli occhi dell’anima. Una fotografia è un po’ della nostra anima, è una creazione artistica, è il nostro modo di vedere le cose, non necessariamente come sono, ma come le sentiamo.
 
Con le macchine digitali non c’è più nemmeno la censura dello sviluppo, quel che è mosso si butta, non si ha più paura di spendere troppo nella stampa. E allora si fotografa, si fotgrafa, si fotografa, come poliziotti della Scientifica,come i carabinieri del RIS, di ogni particolare, di ogni dettaglio. Così com’è.
 
Scattiamo fotografie alla gente che fa le cose più normali, che lavora, persino che prega. Che cosa diremmo se qualcuno entrasse nel nostro ufficio mentre stiamo lavorando e si facesse una fotografia accanto a noi seduti alla scrivania?
se ci spiasse mentre preghiamo inginocchiati o mentre guidiamo la nostra macchina?
 
Quando faremo vedere le nostre mille fotografie che cosa vedrà il nostro pubblico?
Avremo delle emozioni da raccontare?
O solo un lungo elenco di spiegazione per contestualizzare un’immagine? "questa è pechino, qeusta shangai, questo un monaco, questo un tempio che non mi ricordo…ah questa è carina….guarda che bella luce".
Al ritorno dalle vacanze è tutto un "vediamoci per vedre le fotografie", non "vediamoci per raccontarci il viaggio".
 
Se il tempo nei luoghi lo trascorriamo a fotografarli ci potranno trasmettere ancora delle emozioni?
 
Un’immagine dovrebbe servire a far riaffiorare un’emozione legata a un luogo e a un momento, ma se nell’ansia della fotografia, della luce, del momento in cui non passa nessuno, ci siamo scordati di provarla quell’emozione?
 
Abbiamo ancora delle emozioni da raccontare?
Proviamo ancora delle emozioni o le abbiamo sostituite del tutto con le immagini?